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Il potere economico

Wall Street rimbalza con l'hi-tech

Un mercato del lavoro più solido delle attese allontana i timori di recessione. Recupera Apple. Gli analiti promuovono Intel e Netflix.

di Redazione |

Dopo la tempesta di ieri, innescata dal tonfo di quasi il 10 per cento del titolo Apple in seguito a vendite di iPhone più deboli del previsto, le borse tornano a tirare il fiato. Tokyo non è riuscita ad approfittare del cielo più sereno e ha chiuso con un calo del 2,26 per cento mentre le borse europee viaggiano tutte in territorio positivo con progressi attorno al punto e mezzo percentuale. Brilla su tutte piazza Affari, dove l’Ftse Mib avanza del 2,4 per cento spinto dal recupero dei titoli bancari che hanno un forte peso sull’indice.

Marcati rialzi anche a Wall Street, che tenta di lasciarsi alle spalle il tonfo di quasi il 3 per cento messo a segno ieri. In apertura i principali indici segnano un progresso di circa un punto e mezzo percentuali trainati soprattutto dal settore tecnologico in deciso progresso dopo il tonfo di oltre il 5 per cento di ieri, il peggio ribasso giornaliero dopo il -5,36 per cento che risale al 2011.

A sostegno dell’hi-tech sono arrivati anche i giudizi positivi su Intel e Netflix, promossi da Bank of America e da Goldman Sachs e che segnano rispettivamente progressi superiori al 3 e al 4 per cento. Tenta il recupero anche Apple, che avanza dell’1,8 per cento nonostante ieri molte banche d’affari abbiano abbassato il target price sul titolo.

A riportare la calma sull’azionario sono i nuovi scenari di dialogo tra Stati Uniti e Cina. Nell’ambito della tregua sui dazi in scadenza a fine marzo, le delegazioni delle due superpotenze torneranno a riunirsi lunedì e martedì a Pechino. Il disgelo dovrebbe quindi proseguire e alla luce anche dei recenti segnali di rallentamento economico, sia negli Usa che in Cina, la speranza dei mercati è che si arrivi al più presto a una duratura pace commerciale.

A sostenere le borse è anche l’aspettativa di un dietrofront della Fed sui tassi. Lo scorso dicembre, in occasione del quarto rialzo del costo del denaro da inizio 2018, Jerome Powell ha dichiarato che la Fed si prepara quest’anno a due ulteriori rialzi, uno in meno rispetto a quelli pronosticati fino a qualche mese prima. Davanti ai segnali di fiacca dell’economia Usa - con l’indice Ism manifatturiero sceso a dicembre più delle attese passando da 59,3 a 54,1, livello più basso dal novembre 2016 - il mercato scommette che ora la Fed possa mantenere invariato il costo del denaro, se non addirittura optare, già nel corso del 2019, per un ribasso.

Aspettative che sono però state in parte gelate dal dato sul mercato del lavoro diffuso in giornata e che vede a dicembre la creazione negli Usa di ben 312.000 nuovi posti di lavoro, un dato molto più elevato rispetto alle attese di 182.000 posti indicate dagli analisti. Sono stati inoltre corretti verso l’alto anche i dati di ottobre e novembre, per una creazione in media di 254.000 posti di lavoro al mese nel quarto trimestre 2018, dato più elevato dal 2016.

I segnali dall’economia americana appaiono dunque contrastanti. Settori come quello manifatturiero e dell’edilizia stanno rallentando più delle attese, ma con un mercato del lavoro così solido difficile ipotizzare una recessione o una forte battuta d’arresto dell’economia. Con un’occupazione che sta crescendo a ritmi così importanti, appaiono però inevitabili le pressioni sul fronte dei salari e quindi dell’inflazione. La paga oraria è infatti salita dello 0,4 per cento lo scorso mese, un dato che la Fed non potrà ignorare nelle sue decisioni di politica monetaria, volte proprio a tenere sotto controllo l’andamento dei prezzi.