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Il voice assistant non convince

Nei prossimi anni avrà un ruolo primario come strumento di shopping. Ma non nel nostro paese.

di Redazione |

Dopo il negozio fisico e dopo la piattaforma online, lo shopping cambia ancora modalità e questa volta di affida al voice assistant. Invece di recarsi direttamene in uno store o collegarsi a un sito, basterà dare un comando vocale per fare la spesa o acqistare un paio di scarpe. Un modo ancora più immediato e sbrigativo, che permette di portare a termine i propri acquisti anche mentre si è impegnati a fare altro. Non occorre infatti avere le mani su una tastiera o gli occhi fissi su uno smarphone. Basta usare la voce.  

Secondo la previsione emersa da uno studio condotto da Capgemini su 5.000 consumatori residenti negli Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Germania, nei prossimi tre anni gli assistenti vocali diventeranno il principale mezzo di interazione utilizzato per raggiungere le aziende e usufruire dei servizi di ecommerce.

Dall’indagine è emerso che per fare shopping già oggi il 24 per cento del campione preferisce usare un voice assistant piuttosto che andare sul web e il 20 per cento preferisce usare un assistente vocale piuttosto che recarsi in un negozio fisico. Entrambe le percentuale sono però destinate a salire entro il 2020, rispettivamente al 40 e al 31 per cento.

Nel nostro paese le cose sono però un po’ diverse. All’estero infatti gli assistenti vocali hanno assunto forme di diffusione crescente attraverso l’utilizzo sempre più massiccio di prodotti autonomi come Amazon Echo (foto in alto) o Google Home (foto sotto). In Italia, invece, gli assistenti vocali sono per ora solo quelli integrati negli smartphone o nei computer, come Cortana su Android e Siri su iOs.

«La mia opinione è che, per quanto riguarda l’Italia, le stime dovrebbero essere più caute», sottolinea Piergiorgio Vittori, Global Development Director di Spitch, società di consulenza svizzera ma con presenza globale, specializzata nelle tecnologie vocali e nell’analisi del linguaggio parlato, commentando i dati della ricerca condotta da Capgemini.

«Tre anni – spiega – sono pochi per cambiare le abitudini consolidate e rivoluzionare un sistema distributivo che ha fatto la fortuna del made in Italy. Infatti, da noi, l’e-commerce funziona davvero solo per prodotti standardizzati o a basso contenuto emozionale, vista anche la difficoltà nel sistema di delivery e rimborsi in caso di cambio o restituzione merce». Diversa, ad esempio, la situazione in un paese come gli Stati Uniti, dove «addirittura si arriva ad acquistare online lo stesso abito in tre taglie diverse, per poterlo provare a casa, e restituire poi le scelte errate».

In Italia, invece, «spesso si va nel negozio per provare la merce dal vivo, e poi si acquista online a prezzo inferiore» e inoltre «il consumatore ama vedere e “toccare” il proprio acquisto, per aggiungere un’esperienza estetica alla spesa» precisa Vettori sottolineando che nel nostro paese gioca in sfavore anche il tema della sicurezza per il pagamento con le carte di credito che «è ancora da affinare». Pare, insomma, che il consumatore italiano sia destinato a restare ancora per un po’ di tempo ancorato a una modalità più tradizionale di shopping.


Sempre secondo le stime di Capgemini, invece, negli altri paesi il "canale" degli assistenti vocali è destinato nei prossimi tre anni  a crescere anche da un punto di vista economico: le previsioni indicano che assorbirà circa il 18 per cento della spesa (contro il 3 per cento attuale) mentre il restante 82 per cento sarà assorbito dai negozi fisici (45 per cento) e dall’online (37 per cento). Per questo motivo Capgemini invita le aziende a non sottovalutare questa modalità di shopping e a considerare quindi l'importanza di sviluppare servizi accessibili via voice assistant.