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Calzaturiero da rilanciare

In trent'anni la produzione è diminuita del 75 per cento. Il peggio è alle spalle ma il settore chiede al governo provvedimenti urgenti. 

di Redazione |

Una crisi profonda ha investito il settore calzaturiero italiano negli ultimi decenni. Secondo una ricerca del prof Gian Luca Gregori, Pro-Rettore dell’Università Politecnica delle Marche, dal 1996 ad oggi le imprese del settore moda (ossia tessile-abbigliamento, pelli e calzature) sono diminuite del 33 per cento. Peggio è andata al settore calzaturiero, che in circa 30 anni ha visto diminuire di ben il 75 per cento la produzione di calzature con un minimo storico toccato nel 2016 con 188 milioni di paia di scarpe prodotte, dai 531 milioni di paia del 1986.

Nonostante il ridimensionamento, l'Italia resta il primo produttore di calzature nell'Unione Europea e il dodicesimo produttore di calzature per numero di paia nel mondo. Il settore calzaturiero italiano si conferma inoltre un pilastro portante nel sistema del made in Italy che conta più di 83.000 imprese attive e occupa nel complesso oltre 580.000 addetti, al netto dell’indotto. Da solo il settore calzaturiero conta circa 4.800 aziende e 77.000 addetti (dati anno 2016), un saldo commerciale da sempre attivo e un fatturato annuo complessivo di 14,2 miliardi di euro.

Da un paio d’anni la situazione è un po’ migliorata ma per risollevare il comparto servono provvedimenti legislativi adeguati, come emerso da un incontro al Senato alla presenza di Annarita Pilotti, Presidente Assocalzaturifici, ed Enrico Ciccola, Presidente Calzaturiero Confindustria Centro Adriatico, e di alcuni esponenti della politica nazionale, tra cui Maurizio Gasparri, Vicepresidente del Senato, ed Ernesto Carbone, Responsabile Pubblica Amministrazione e Made in Italy della Segreteria Nazionale del PD.

Due in particolare i provvedimenti urgenti che chiede il settore e che vorrebbe vedere inseriti nei programma dei primi cento giorni del prossimo governo. Il primo è la tutela del “Made in Italy” rendendo obbligatorio in ambito UE l’etichettatura di origine (“Made in”), applicando quanto prescritto nel codice doganale. Ciò, oltre a garantire una maggiore chiarezza informativa per i consumatori, consente anche una competizione più leale tra le imprese. La seconda richiesta è la riduzione del costo del lavoro per ridare competitività al sistema produttivo italiano, sgravando in particolare le fasi produttive a maggiore incidenza dei costi di manodopera. Ciò, con l’obiettivo di inibire ulteriori processi di delocalizzazione produttiva all’estero, favorire il “rientro” di produzioni in Italia e incrementare l’occupazione specialmente giovanile attivando specifici percorsi formativi.

Il rischio serio è che con le aziende “chiudano” anche interi territori. Nel periodo 2000-2016 il numero di calzaturifici in Italia si è contratto del -17 per cento e la riduzione ha coinvolto tutti i distretti. Basti pensare alle provincie di Fermo e Macerata, caratterizzate da aree a fortissima vocazione calzaturiera (settore che occupa l’ 80 per cento della popolazione locale) e che nel 2016 sono state duramente colpite anche dal sisma.