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Fast fashion, prime crepe

Troppa concorrenza riduce i margini. I consumatori preferiscono acquistare online e prediligono altri tipi di spesa (benessere e cibo). 

di Redazione |

Non è più tutto oro quello che luccica nel fast fashion. In quello che sembrava il tempio dorato della moda, si avvertono le prime crepe. Dopo anni di crescita ininterrotta, i conti iniziano a mostrare segnali di cedimento. La spagnola Inditex (Zara, Bershka, Oysho, Stradivarius, Massimo Dutti) ha reso noto che la redditività si è ridotta ai minimi degli ultimi otto anni mentre la rivale H&M ha riportato in febbraio una lieve contrazione mensile dei ricavi (-1 per cento), fatto che non accadeva da almeno quattro anni.

Tre i fattori su cui gli esperti puntano il dito. Sempre più spesso i consumatori preferiscono fare acquisti online. E sempre più spesso preferiscono destinare le risorse economiche ad altre tipologie di beni, diverse dall’abbigliamento. E poi c’è la crescente competizione che preme sui prezzi riducendo la redditività. Tra i due big Inditex e Zara, preme la giapponese Uniqlo, che vorrebbe per sé la corona di regina del fast fashion.   

In particolare, sulle diverse abitudini di consumo va segnalata una recente ricerca svolta dall’ufficio del censimento degli Stati Uniti, da cui è emerso che l’anno scorso le vendite retail complessive degli americani hanno superato i 5.500 miliardi di dollari segnando un incremento del 3 per cento rispetto all’anno precedente. La spesa per il settore moda, però, ha totalizzato solo 257 miliardi di dollari, appena l’1 per cento in più rispetto a un anno prima, e questo grazie soprattutto all’aumento delle vendite di gioielli e calzature. Per quanto riguarda poi il canale scelto, le vendite dei department store hanno segnato una contrazione del 6 per cento a 155 miliardi di dollari, contro l’aumento dell’11 per cento delle vendite attraverso i canali e-commerce. Le preferenze degli americani sono invece andate a automobili, prodotti per la cura del corpo (+7,5 per cento) e alimenti: la spesa nei ristoranti, ad esempio, è salita del 6 per cento.

Quanto ai conti dei big del fast fashion, H&M ha archiviato il mese di febbraio con vendite in calo dell’1 per cento rispetto ad un anno prima, un dato fortemente inferiore rispetto alle attese del mercato che indicavano un incremento del 6 per cento. Era da marzo 2013 che la catena svedese non registrava un calo dei ricavi. A causare la flessione sarebbe stato il giorno in meno in calendario rispetto al 2016, che era anno bisestile. Anche i dati trimestrali, però, hanno deluso. Nel primo trimestre (dicembre 2016-febbraio 2017) il gruppo ha realizzato un fatturato pari a 47 miliardi di corone svedesi, in aumento rispetto ai 43,7 miliardi dell’analogo periodo di un anno fa, ma meno rispetto ai 48 miliardi attesi dal mercato. Oggi la catena dispone di 4.393 vetrine, oltre 400 in più rispetto alle 3.970 di un anno fa.

Sembrano reggere meglio i conti di Inditex. Il numero uno al mondo del fast fashion ha comunicato di aver chiuso il 2016 con vendite nette in crescita del 12 per cento a 23,3 miliardi di euro, a fronte di utili saliti del 10 per cento a 3,16 miliardi di euro mentre l’Ebitda si è attestato a 5,08 miliardi (+8 per cento). Il cda proporrà la distribuzione di un dividendo di 0,68 euro per azione, il 13,3 per cento più alto dello scorso esercizio. Ha deluso però il gross margin, sceso al 57 per cento da 57,8 per cento di un anno prima: un campanello d’allarme secondo alcuni analisti che è costato uno scivolone in Borsa al titolo nonostante le rassicurazioni del gruppo che quest’anno il gross margin non subirà ulteriori contrazioni e che la flessione dello scorso esercizio era da imputare a movimenti sfavorevoli sul mercato dei cambi. Il gruppo dispone di 7.291 negozi, 279 in più rispetto a un anno fa e ha creato nei 12 mesi quasi 9.600 nuovi posti di lavoro. Un trend di aperture che il gruppo conta di proseguire anche nel 2017.