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La svolta green della moda

Accusata di essere l'industria più inquinante dopo quella petrolifera, il settore ha imboccato la strada della sostenibilità.

di Redazione |

Nella foto Natalia Vodianova indossa un nuovo capo della linea Conscious Collection di H&M realizzato in Bionic, un tessuto fatto con la plastica recuperata dagli oceani

Quando pensiamo all’inquinamento ambientale, quasi mai pensiamo a ciò che abbiamo addosso. Eppure a guardare certi numeri si scopre che l’industria della moda è tra le più inquinanti del pianeta. C’è chi le imputa addirittura il secondo posto dopo l’industria petrolifera. La maggior parte della produzione è concentrata in Bangladesh e Cina, dove le fabbriche sono alimentate in prevalenza a carbone. Poi c’è il trasporto, il cui costo in termini ambientali è enorme. Negli ultimi tempi, cotone e lana sono state rimpiazzate da fibre sintetiche. Si calcola che metà della produzione mondiale di abiti sia ormai realizzata in poliestere. Eppure nylon e poliestere non sono biodegradabili. In crescita anche l’utilizzo di viscosa, una delle cause della deforestazione in Brasile e Indonesia. Nemmeno la produzione di cotone fa bene all’ambiente se si pensa che per produrre una maglietta occorrono circa 2000 litri di acqua.

Sotto accusa è soprattutto il fast fashion. Riassortimento ogni due settimane e prezzi stracciati hanno creato una moda “usa e getta” che ha provocato spreco di risorse e ulteriori danni per l’ambiente. Ogni anno si producono qualcosa come 150 miliardi di nuovi articoli di abbigliamento nel mondo, di cui una gran parte viene indossata solo poche volte e poi scartata. Lo smaltimento delle fibre tessili sta diventando un problema grave e un corretto riciclo sembra la strada più corretta per affrontarlo.

Il 2017 potrebbe essere l’anno della svolta. La nuova parola d’ordine nel mondo fashion è sostenibilità. Le grandi catene e i brand del lusso stanno dimostrando una maggiore sensibilità verso l’ambiente e anche i consumatori sembrano più consapevoli e attenti verso ciò che comprano. Da alcuni sondaggi pare che soprattutto i millennials si stiano orientando verso l’acquisto di meno capi e di maggiore qualità, destinati a durare nel tempo.

Ultima in ordine di tempo a lanciare la propria linea green è stata Mango. Il primo marzo sarà disponibile, nei negozi e online, Mango Committed, una collezione sostenibile di 45 pezzi (25 da donna, 20 da uomo) interamente realizzata utilizzando cotone organico, poliestere riciclato e Tencel (nuova fibra naturale che si ottiene della lavorazione della cellulosa estratta dalla polpa dell'albero di eucalipto, ndr). L’iniziativa fa parte di un più ampio progetto di lungo termine volto a implementare un nuovo business model basato sulla sostenibilità e processi di lavorazione meno inquinanti che il gruppo spagnolo ha lanciato fin dallo scorso anno.

L’iniziativa di Mango segue quella delle concorrenti. H&M è stata la prima a muoversi in questa direzione e già nel 2013 ha lanciato a livello mondiale un programma per incentivare i consumatori a riciclare i capi usati (in cambio di un coupon), un progetto che ha riproposto con sempre maggiore enfasi ogni anno. Il punto di partenza è la consapevolezza che il 95 per cento dei capi dismessi - perché rovinati, fuori moda o semplicemente non piacciono più - potrebbero essere riciclati e tornare a nuova vita. Dal 2013 H&M ha raccolto circa 32.000 tonnellate di tessuto, riutilizzato per creare nuovi capi e accessori, senza alterarne la qualità.

Il gruppo svedese ha anche creato una linea apposita, Conscious Collection, caratterizzata dall’uso esclusivo di materiali sostenibili. Gli ultimi modelli, in arrivo il 20 aprile, saranno realizzati con un particolare tessuto, denominato Bionic, simile allo chiffon (vedi foto) ma fabbricato con plastica recuperata dagli oceani. Un’iniziativa simile è stata lanciata anche da Adidas che ha realizzato 7.000 paia di scarpe riciclando spazzatura proveniente dagli oceani: una piccola quantità per ora, ma l’azienda promette di produrne un milione già quest’anno, con l’obiettivo di eliminare completamente dal processo di produzione la plastica vergine.

Lo scorso settembre anche Zara ha messo in commercio Join Life, la sua prima linea sostenibile, che si basa sulla lavorazione di lana riciclata, cotone organico e Tencel. Per ora si tratta di linee marginali che rappresentano rispettivamente il 3,5 per cento e l’1,5 per cento dell’intero assortimento di H&M e Zara. Ma va dato merito che questi capi hanno prezzi accessibili con una media rispettivamente di 17,99 dollari per H&M e 9,90 dollari per Zara, in linea con i prezzi delle altre linee. Lo sforzo va quindi nella giusta direzione ma è ancora troppo piccolo. Una goccia nell’oceano, sebbene H&M abbia dichiarato che entro il 2020 intenda realizzare l’intera sua produzione con cotone sostenibile.

Una consapevolezza che non coinvolge solo le grandi catene di fast fashion. Anche i marchi del lusso si stanno muovendo in questa direzione. Uno dei pionieri su questo fronte è Gucci, che ha di recente deciso di utilizzare ECONYL, un ingrediente tessile totalmente sostenibile, costruito al 100 per cento con materiali di scarto rigenerati che altrimenti sarebbero finiti in discarica o nel mare. Un particolare tessuto (realizzato dal gruppo italiano Aquafil) già utilizzato anche da Speedo e Levi’s. È sceso in campo anche Ralph Lauren, che ha un mese fa ha annunciato di aver adottato nuove rigorose linee guida per ridurre l’impatto ambientale, in particolare tracciando la fonte dei tessuti a base di legno, come viscosa e rayon, in modo da contrastare la deforestazione. Una politica forestale più sostenibile è già stata adottata da oltre una sessantina di marchi, tra cui H&M, Zara, Stella McCartney, Asos e Levi’s.

Insomma, la moda sta diventando sempre più etica e sostenibile. Nuove etichette green stanno nascendo un po’ ovunque, anche in Africa e in India. Da anni Asos propone una Green Room dove propone solo marchi sostenibili. Anche attrici come Emma Watson sono scese in campo per promuovere una moda più etica. Che vuol dire anche uno shopping meno compulsivo e più consapevole con l'obiettivo di limitare lo spreco tessile e aiutare l'ambiente. E per chi proprio non sa trattenersi, c'è sempre la possibilità di riciclare, rivendere o scambiare online i vecchi abiti.