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Calvin Klein contro Trump

La politica sfila a New York. Dopo attori e cantanti, anche gli stilisti prendono posizione.  

di Redazione |

Attori, cantanti e adesso anche stilisti: tutti contro Trump. La moda, così come il mondo dello spettacolo, scende in campo e approfitta della risonanza mediatica della New York Fashion Week per esprimere il proprio disappunto verso alcuni provvedimenti adottati dal nuovo inquilino della Casa Bianca. Lo aveva già preannunciato alcuni giorni prima dell’inizio della sfilate la potente direttrice di Vogue, Anna Wintour. «Gli stilisti non vivono in un vuoto. Non sono ciechi nei confronti di ciò che succede. Al contrario, ciò che vedono ispirerà il loro lavoro».

Tra le varie voci anti-Trump, ha risuonato più forte quella di Calvin Klein, celebre brand di jeans, intimo e profumi molto popolare tra il pubblico più giovane. Sulle note della famosa canzone di David Bowie, This is not America, alcune modelle di Calvin Klein hanno indossato abiti con la scritta “nessun divieto, nessun muro”. Il riferimento è ovviamente al muro con il Messico ma anche al contestatissimo “muslim ban”, il divieto di ingresso negli Usa per i residenti di alcuni Paesi islamici.

Artefice della sfilata è Raf Simons, lo stilista di origini belga che con grande sorpresa di tutti nel 2015 ha lasciato Christian Dior e l’Europa per prendere le redini del brand americano con l'obiettivo di riaffermarne l’autorevolezza anche nell’alta moda. In pratica una leggenda vivente, il primo e l’unico ad aver assunto il controllo creativo dell’intero brand dopo l’uscita di Calvin Klein. Da tempo quindi i riflettori erano accesi sulla sfilata di New York, la prima che avrebbe visto lo stilista firmare entrambe le collezioni, sia maschile sia femminile.

Quello che Simons ha fatto è dare una rappresentazione dell’America come lui la vede, ossia un paese che celebra il culto della diversità, che non si chiude e che non alza muri. E quindi ecco che in passerella ha sfilato un meltin pot di stili, da quello country e da cow boy a quello urbano con gli impermeabili in vinile, alle uniformi, ecc.., tutto però accomunato da un sapiente utilizzo del jeans come materiale base. Questa sfilata, ha spiegato lo stesso Simons, «riflette l'ambiente, tutte queste persone diverse con stili diversi. È il futuro, è il passato, Art Deco, la città, l'American West, tutte queste cose e nessuna di queste. Non una sola epoca, non un solo look. Un modo per mettere insieme i tanti personaggi dell'America, i diversi individui, appunto come l'America stessa, ciò che ne caratterizza la bellezza».

Ancora più esplicito è stato il giovane stilista messicano Raul Solis. LRS Studio, la linea da lui disegnata, ha fatto sfilare le sue modelle con scritte piuttosto esplicite sul retro della lingerie: “No ban” e “fuck the wall”. Il marchio Public School ha realizzato una parodia dello slogan del presidente: invece di “Make America great again”, su felpe e cappellini ha inciso la scritta “Make America New York”, per invitare la gente ad assimilare i valori più liberali della Grande Mela. Ma ha attirato l’attenzione anche la decisione della stilista Mara Hoffman di chiamare Carmen Pereza, l’organizzatrice della grande marcia delle donne contro Trump che si è tenuta a Washington, ad inaugurare la sua sfilata.