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Ruby e Meredith, due storie per Salvini

Gli esami per i diversi, come vuole fare Salvini, sono stati inventati dai razzisti bianchi della Louisiana. Non è finita bene, grazie a Eisenhower e a Bob Kennedy.

di Giuseppe Turani |

Leggo da qualche parte che Salvini vuole introdurre un esame di italiano e di cultura generale per gli immigrati che desiderano diventare nostri concittadini. È un’idea buffa e ridicola, copiata di sana pianta. È una storia lunga, ma vale la pena, forse si impara qualcosa.

Nel 1960 la Corte suprema degli Stati Uniti ha già decretato la fine della segregazione razziale nelle scuole. Ma i razzisti bianchi della Louisiana non si arrendono. Per bloccare i bambini neri e impedire loro l’accesso alle scuole desegregate si inventano un esame di ammissione speciale (per neri). È così difficile che in tutta New Orleans solo sei bambini riescono a superarlo.

Le ricorda qualcosa, ministro Salvini?

Cinque famiglie, vista l’ostilità, decidono di lasciar perdere e iscrivono i figli nelle normali scuole segregate per neri.

Ma non Lucille, la mamma di Ruby Bridges. Per la sua “principessa” vuole una scuola normale, la stessa dei bianchi. In città si crea subito una grande agitazione quando Lucille iscrive la figliola a una scuola per bianchi. Si annunciano disordini.

Non si sa come, la voce arriva fino alla Casa Bianca, dove siede Dwight Eisenhower, l’eroe dello sbarco in Normandia. Colui che ha sconfitto i nazisti, che ha aperto e svelato l’orrore dei campi di concentramento nazisti e che a Norimberga ha fatto impiccare i colpevoli che è riuscito a far arrestare.

Dwight ha visto che cosa può accadere con il razzismo e il nazionalismo. Li ha combattuti e ha vinto. Quando è tornato in patria, il Congresso, in seduta straordinaria, con una legge speciale approvata in dieci minuti ha conferito a lui, e solo a lui, la quinta stella da generale da appuntare sulla divisa. Poi lo hanno eletto presidente. In questa veste, oltre ai grandi poteri che la carica conferisce, Eisenhower aggiunge anche una sorta di potere morale: è il grande eroe americano, è il generale che ha fatto piazza pulita del nazismo con le armi in mano.

È un conservatore, ma la sua storia lo porta a detestare i razzisti bianchi del Sud, proprio non li può digerire. Quando viene a sapere la storia di Ruby, la bambina che i bianchi non vogliono nelle loro scuole si incazza come poche volte nella vita (impara Salvini).

Convoca il capo degli U.S. Marshall e gli dice semplicemente: “Ruby deve andare nella scuola dove si è iscritta. Fate quello che dovete”.

Ci manda il presidente

Il primo giorno di scuola in casa di Lucille e di Ruby, mentre la mamma prepara il vestito buono per la bambina, c’è una certa agitazione. In quel momento, però, quattro omaccioni suonano alla loro porta. Si presentano: “Siamo U.S. Marshall. Per ordine del Presidente scorteremo Ruby a scuola e sorveglieremo che non le accada niente. Questa sera la riporteremo a casa”.

Gli U.S. Marshall sono gli eredi degli antichi sceriffi del West, sono omaccioni di un metro e 80, girano sempre pesantemente armati. Il loro lavoro standard è proteggere giudici e testimoni dai malviventi. Di solito devono vedersela con gangster e mafiosi. Sanno che quando c’è un problema, nel 90 per cento dei casi ci sarà da sparare.

Quando escono dalla casa di Lucille e Ruby si vede benissimo chi sono. Ma, a scanso di equivoci, indossano anche un vistoso bracciale con scritto appunto “U.S. Marshall”. Il buffo corteo si mette in movimento. Due davanti e Ruby, uno scricciolo di bambina, al centro. E due dietro.

Arrivati a scuola, vedono che i bianchi, bambini e genitori, stanno facendo cagnara nelle aule e nei corridoi. Sono gli stessi Marshall a decidere che non è il caso di gettare benzina sul fuoco. Il piccolo gruppo passerà la giornata nell’ufficio del preside, mentre fuori impazza la gazzarra.

La maestra, Barbara

Il giorno dopo l’ambiente è più tranquillo e Ruby finalmente entra in classe: non c’è nessuno. Solo la maestra. Una maestra bianca, la prima maestra bianca di Ruby, che infatti dirà: “E’ la maestra più bella del mondo”.

La maestra, Barbara Henry, è del Massachusetts, il grande stato democratico, quello dei Kennedy per intenderci. Ma non è nemmeno questo che conta. Ha fatto tutta la sua carriera insegnando nelle basi militari all’estero. Il razzismo le è totalmente estraneo. (Salvini bisogna girare un po’ il mondo…)

Per parecchi giorni la scuola di Ruby è questo: lei e Barbara, nessun altro. A un certo punto si sparge la voce che i razzisti bianchi, esasperati, stiano meditando di avvelenare Ruby e la mamma. Dalla Casa Bianca arriva un altro ordine per gli U.S. Marshall: comprate il cibo nelle città vicine e fatelo confezionare dalla mamma in persona.

Poi, una mattina, accade l’imprevisto. Davanti alla scuola si presenta, accompagnata dal padre, una bambina bianca: prende per mano Ruby e insieme entrano a scuola, il giorno dopo si uniscono altre due bambine bianche, e poi tutte. La segregazione è finita. (Vedi Salvini, i bambini cambieranno il mondo, non tu).

Gli U.S. Marshal torneranno a casa.

La Ole Miss

Qualche anno dopo l’università Ole del Mississippi non vuole iscrivere degli studenti neri. Alla Casa Bianca c’è Kennedy, il fratello Bob è alla giustizia, da cui dipendono direttamente gli U.S. Marshall. Bob è ancora meno paziente di Eisenhower.

Chiama il capo degli U.S. Marshall, James McShane, e gli dice. “Vada giù e mi iscriva questi ragazzi all’università”. Poiché prevede disordini, gli assegna due carri armati e un reggimento della Guardia Nazionale.

Giù, McShane trova in prima fila il governatore, George Wallace (una specie di Salvini, ma molto più determinato), che sventola un Winchester. McShane cerca di trattare, ma capisce subito che con quegli invasati non c’è niente da fare. Non dice una parola, con un gesto fa posizionare i carri armati e muove la Guardia Nazionale. La battaglia dura un giorno intero, con due morti e molti feriti. Ma alla fine i rivoltosi si arrendono.

McShane, protetto da due ali di soldati della Guardia Nazionale, colpo in canna, sale i pochi gradini che lo portano in segreteria, tenendo per mano James Meredith. E, come suo costume, quasi non parla, dice al funzionario: “Per ordine del ministro della Giustizia, sono qui per iscrivere questo ragazzo all’università. In caso di resistenza, lei è passibile di arresto immediato”. Meredith viene subito iscritto.

Dopo questo episodio, nessuna università americana si è mai più permessa di negare l’iscrizione agli studenti neri. Anzi, molte hanno varato programmi specifici di integrazione.

Queste storie hanno una coda, che forse può interessare a Salvini. Un famoso pittore americano, Norman Rockwell, ha dipinto Ruby in mezzo agli U.S. Marshall mentre va a scuola. Quel quadro è finito alla Casa Bianca. Obama ha invitato Ruby, ormai una signora, a trovarlo e a posare davanti a quel quadro. Poche parole: “Se oggi siamo qui, si deve anche terribili lotte che voi avete sostenuto”. Trump avrà mandato il quadro in cantina. Salvini potrebbe farselo regalare e tenere in ufficio.

Ma anche il Sud, in qualche modo, ha voluto chiedere scusa a Ruby: l’università di Tulane le ha conferito una laurea honoris causa e il distretto di Alameda (California) ha intestato molte scuole elementari a Ruby Bridge.

Ecco, caro Salvini, le ho voluto dedicare questa storia di razzismo che ha al centro due uomini straordinari, Dwight Eisenhower e Bob Kennedy, una maestra e due bambine eccezionali.

Non credo che lei cambi strada. Resta il fatto che Eisenhower e Bob Kennedy sono entrati nella storia, lei, forse, nella cronaca confusa di questi anni. Di più, mi sembra impossibile.