Uomini&Business - Direttore Giuseppe Turani

Pubblicità

Vincerà la paura?

Troppi incompetenti in giro.

di Ernesto Trotta |

Dunque, ricapitoliamo:
se si fa il rimpasto, esso è con tutta evidenza una vecchia e logora pratica democristiana, indegna del ventunesimo secolo e segno che la nostra politica è rimasta all’età della pietra: vergogna inaccettabile.
D’altra parte, non c’è chi non veda come l’attuale compagine governativa sia in buona parte inadeguata alle impegnative necessità emergenti, e quindi sarebbe auspicabile rivederne profondamente competenze, ruoli, facce e curricula.
Cambiare il premier, non se ne parla nemmeno! Però, se Mario Draghi …
Un Governo di tecnici, allora, ma significherebbe senza dubbio la completa e totale abdicazione della politica e la confessione più piena della totale incapacità della nostra classe dirigente: una resa vergognosa, un autentico esproprio di prerogative … mai e poi mai.
Di andare a votare, poi, manco a parlarne, vista la situazione di emergenza sanitaria, la legge elettorale, le proiezioni e i sondaggi. No, no e poi no!
Allora si potrebbe … andare tutti allo zoo comunale … vengo anch’io, no, tu no!
 
Certo è che a leggere i giornali, sentire gli opinionisti, gli editorialisti, i retroscenisti, i saggi maître a penser, c’è da farsi venire il mal di testa. La sostanza è: come fai, sbagli!
Eppure, qualcosa va fatto, non si può tirare a campare di questi tempi (oddio, in realtà sarebbe esigenza primaria, visto il virus, ma, con tutta evidenza, non basta).
Il mondo dei media, invece di dare un contributo costruttivo e di chiarezza, sta dando come al solito pessima prova di sé, dicendo tutto e il contrario di tutto, a prescindere dalle tendenze.
L’opposizione, non si sa cosa sia né dove sia, squassata com’è tra l’esigenza imprescindibile di Berlusconi di non uscire dalla corrente principale (si chiamerebbe mainstream) per non ritrovarsi da solo nelle grinfie di Salvini e Meloni, e le ubbie sovraniste, populiste, qualunquiste, sfasciste e spesso fasciste degli altri due geniali partner, che aggregano sì un po’ di fan esaltati, ma senza uno straccio di idea di cosa fare, visto che tutti i loro principali cavalli di battaglia sono morti e sepolti (tipo: uscire dall’Euro, uscire dall’Europa, chiudere le frontiere, abolire la Fornero, povera professoressa…, chiedere l’annessione all’Unione Sovietica … pardon alla Russia, insieme all’Ungheria ed alla Polonia, partire per gli USA e aggregarsi alla guerriglia contro Joe Biden sotto le insegne del Mutante Trump, bruciare le mascherine come i reggipetti nel ’68, sfilare al grido di “Mojito libero!”, …).
E allora?
 
Prima di lasciarsi travolgere dallo sconforto e scappare di gran carriera in Antartide, dove intanto è appena arrivata l’estate e forse si può prendere un po’ di sole sugli ameni lidi di Elephant Island o della Georgia Australe, sulle tracce di Ernest Shackleton (quello che riportò a casa, sani e salvi, sé stesso e tutta la sua ciurma, dopo due anni di vagabondaggi negli “ospitali” mari circumpolari), conviene fermarsi a ragionare, a mente fredda, visto che ci siamo.
 
Siamo sicuri che si tratti solo di persone, più o meno giuste nei loro posti, di curricula adeguati, di esperienze accumulate, e non piuttosto di volgare paura del futuro, dell’ignoto?
Paura cioè di dovere affrontare per davvero nodi politici vecchi di decenni e straconosciuti, contro i quali si sono schiantati tutti quelli (pochi, in verità) che finora ci hanno provato?
(Per capirci parlo degli investimenti, delle infrastrutture, del degrado del territorio, dell’efficienza della Pubblica Amministrazione, della scuola, della Sanità, dell’evasione fiscale, del rapporto con i sindacati, tutti i sindacati, lavoratori e datori di lavoro, delle categorie intoccabili, la magistratura, i media, i baroni, il sottogoverno, le inossidabili autonomie regionali, e via discorrendo …).
Il Paese ha davvero voglia di cambiare? Ha davvero voglia di voltare pagina rispetto al consociativismo, al familismo, all’assistenzialismo, al tranquillizzante tran-tran che garantisce in fondo il mantenimento dello status quo?
Ha voglia, il Paese, di uscire dalla cultura del gattopardo, dove cambia tutto purché non cambi nulla?
Non è che sotto sotto serpeggi il terrore che stavolta, o facciamo sul serio, con tutta l l’Europa (ed il mondo) che ci guarda, o davvero andiamo definitivamente a sbattere, perdendo quel poco di credibilità internazionale che ancora ci rimane?
Il Paese, o almeno una certa parte del Paese, quella più conservatrice, più attaccata ai privilegi, alle prerogative, a destra e a sinistra, sta cominciando a capire che stavolta non si scherza, che davvero bisogna voltare pagina? Qui tutti (molti) sono convinti di avere qualcosa da perdere, un pezzetto di orticello, uno strapuntino, un posticino al mezzo sole, anche se non è vero, anche se è una pura illusione, e il solo pensiero che si debba cambiare sul serio mette l’angoscia, il terrore del futuro, l’horror vacui.
E allora si traccheggia, si prende tempo, si rimanda, ci si attacca al freno a mano, si trova qualcos’altro da fare, tutto per rinviare il momento in cui bisogna prendere il coraggio a due mani e buttarsi nella scommessa del secolo: riformare l’Italia.
Attenzione! Sappiamo tutti cosa serve fare. Scartate le minchiate (pardon!) a cui accennavo sopra, resta da riformare le istituzioni, le strutture del Paese, serve usare le moderne tecnologie, serve staccarsi dalle rassicuranti abitudini del passato, serve navigare nel mare aperto della competizione globale. Esattamente come fanno ogni giorno, e da sempre, le nostre migliori risorse nazionali: aziende piccole e grandi che competono sulle tecnologie e sull’innovazione, giovani laureati che si affermano nelle migliori realtà mondiali, semplici lavoratori che accettano di mettersi in gioco in ogni angolo del mondo, riuscendo il più delle volte ad affermare la loro creatività, il loro attaccamento al lavoro, la propria dignità, anche facendo pizze e spaghetti.
Servono cose che sappiamo fare, e che non vogliamo fare per paura del nuovo. L’Italia non cambierà finché gli italiani non vorranno sul serio cambiare. Inutile prendersela con i presunti cattivi, col virus, col destino cinico e baro; siamo noi i padroni del nostro futuro. Le risorse le abbiamo, la volontà no (almeno fino ad ora). Dovessimo ritrovarlo, quello spirito, quell’orgoglio, verrebbe tutto di conseguenza, anche il successo.
 
Ernesto Trotta
Torino