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Bugie presidenziali

Non aver chiesto e non utilizzare i soldi del Mes è un grave errore.

di Francesco M. Renne |

IL PREMIER E LA POLITICA DALLE GAMBE CORTE

del perché le giustificazioni sulla mancata richiesta di aderire al MES “sanitario” siano tecnicamente errate e del perché l’ignavia politica, nel non sapersi prendere le responsabilità di una scelta, sia più grave dei mancati benefici finanziari a cui rinunciamo

 

Le bugie, si sa, hanno le gambe corte.

Sarebbe però ingeneroso addossare solo al Premier Conte la responsabilità di aver detto ai cittadini, nell’ennesima conferenza stampa con domande prone ai desiderata governativi (con buona pace del pessimo servizio che gran parte del mondo dell’informazione sta rendendo di questi tempi), alcune inesattezze tecniche che assomigliano di più a vere e proprie bugie volute, piuttosto che ad impreparazione sul tema.

È stata infatti una difesa d’ufficio della scelta (di altri) di non richiedere l’accesso alla linea “pandemic” del MES; è quindi una (grave) responsabilità “allargata”, quella di cui vi parlerò in queste brevi righe.

Ma andiamo con ordine.

Il Premier ha concluso il passaggio sul MES, all’interno della conferenza stampa, con un’affermazione politica del tenore “[…] prendere il MES per risolvere una disputa nel dibattito pubblico non ha senso”, subito dopo aver affermato che “[…] senza nessuna pregiudiziale ideologica, se avremo fabbisogni di cassa sicuramente fra gli strumenti […] c’è anche il MES”.

Ora, già qui si può iniziare a misurare la “lunghezza delle gambe”: se la scelta non ha “pregiudiziali ideologiche”, deve essere supportata da motivazioni tecniche; se la scelta non è politica, non dovrebbe esistere “una disputa nel dibattito pubblico”, ma solo l’analisi degli aspetti fattuali e tecnici delle opzioni in campo; se l’analisi degli aspetti fattuali e tecnici è oggettiva, non dovrebbero esservi discussioni politiche. Invece, se queste ultime esistono e se le motivazioni addotte a supporto della (mancata) scelta sono (oggettivamente) tecnicamente deboli, allora vuol dire che ai cittadini non si è detto la verità. Cosa, questa, ben più grave di una semplice scelta sbagliata.

Beninteso, non si è detto la verità non tanto in campo tecnico (peraltro, non la si è detta nemmeno su tale piano di analisi), bensì non si è detto la verità poiché si è nascosta una scelta politica dietro una finta giustificazione tecnica. Avrebbe potuto dire: abbiamo scelto così perché politicamente questo Governo pensa sia meglio. Oppure: abbiamo scelto così perché se no salta la coalizione di maggioranza. In entrambi i casi si sarebbe assunto (nel bene e nel male) la responsabilità della scelta e avrebbe rispettato i cittadini in ascolto, siano essi a favore o meno sul singolo tema, poiché questo è (dovrebbe essere) il compito della politica: scegliere. E, se fosse stato fatto così, le discussioni di noialtri tecnici non avrebbero avuto spazio, poiché sarebbero state relegate ai margini del dibattito (politico).

Invece, si è preferito non scegliere, nascondendosi dietro presunti tecnicismi (discutibilissimi, come vedremo) e rinviando ancora la decisione definitiva, lasciando infatti la porta socchiusa dietro al vedremo “se avremo fabbisogni di cassa”.

Quali sono dunque i (discutibilissimi) presunti tecnicismi?

Intanto, con i “fabbisogni di cassa” la linea “sanitaria” del MES non c’entra nulla (prima bugia), poiché questa si riferisce ad interventi sanitari per reagire all’emergenza epidemiologica e a piani di interventi strutturali nel comparto sanitario legati alla sua evoluzione e monitoraggio, al fine di efficientare la reazione sistemica a tutela della salute dei cittadini.

Poi, l’affermazione “se prenderemo i soldi del MES […] dovrò intervenire con nuove tasse o tagli di spesa” (seconda bugia). Gli interventi sulla sanità pubblica, come su qualsiasi altro capitolo di spesa, trovano coperture o con entrate tributarie o con maggior deficit, a sua volta finanziato dall’emissione di debito pubblico. Che sia ricorrendo al MES o che sia ricorrendo a nuove emissioni di titoli di Stato, in entrambi i casi il ripagamento (a seconda delle tempistiche di rimborso) avverrà con entrate tributarie (maggiori o togliendo coperture ad altre voci, dipende dalle scelte politiche). Il fatto che il debito pubblico potrà essere rinnovato (rectius, rimborsato alla scadenza con nuove emissioni) è un punto irrilevante nella “disputa”, poiché vale lo stesso col MES (sarà possibile fare nuove emissioni di titoli di Stato per ripagarlo) e non fa altro che rinviare nel tempo il “conto” (delle entrate tributarie) sostituite con ulteriori oneri finanziari (interessi da pagare) di cui ad oggi non sappiamo quale livello di tasso.

Infine, il tema dello “stigma” (terza bugia). Ora, per “stigma” si intende l’effetto negativo (in termini di maggior rischiosità del rimborso) sugli interessi dei titoli non privilegiati, cioè i titoli di Stato “ordinari”, quando si emette un debito senior (privilegiato), come è quello del MES (ma anche la parte a debito del Recovery Fund, ad esser precisi, contro il quale non si ode alcun veto). Il fatto è che stiamo parlando, nel caso di specie, di circa 36 mld senior su circa 2500 mld di debito pubblico “ordinario” a fine anno, una somma cioè relativamente esigua da rendere improbabile pensare che si generi alcunché. Peraltro, nei casi precedenti di accesso al MES (Cipro, Spagna, Portogallo, Irlanda e Grecia) – e con le linee di allora, più rigorose in termini di condizionalità – non si sono registrati effetti stigma oggettivamente apprezzabili. D’altronde, i tassi di interesse dipendono più dalla percezione di sostenibilità del debito pubblico – aumenta se a parità di debito i tassi sono inferiori, come col ricorso al MES; aumenta anche se a parità di debito aumenta il PIL – e dagli interventi della BCE, piuttosto che da fantomatici effetti stigma teorici. Questi, infatti, esistono (soprattutto nella letteratura dei debiti “corporate”) quando la dimensione dei prestiti privilegiati (appunto, senior) appare tale da ritenere ridotta la percentuale di rimborso possibile per i crediti chirografari (cioè “ordinari”, senza garanzie), così da rendere il loro possesso più rischioso e, conseguentemente, più oneroso il costo richiesto dai creditori. Non è questo il caso dell’Italia, per tre ordini di motivi. Il primo è che la sostenibilità del debito dipende essenzialmente dal rapporto fra crescita del Pil e tasso medio dell’indebitamento, e noi siamo endemicamente deboli sul primo versante e sovraesposti al rischio di crescita del secondo, per effetto dell’abnorme quantità di debito pubblico in essere. Il secondo, perché aderire a linee speciali a tasso calmierato (come il MES, a tassi ad oggi negativi a sette o dieci anni), accese a specifico sostegno di spese sanitarie tali da mettere il Paese in sicurezza, infonde semmai ai mercati percezione di serietà e di minore impatto dei tassi di interesse, più che di maggior rischiosità (e ciò soprattutto per le cifre prima richiamate). Il terzo, perché i tassi oggi sono così bassi, (anche) per noi, unicamente per via degli interventi (doping finanziario, a essere onesti, ma questo è altro tema) della BCE; se questi cesseranno o si ridurranno, i tassi saliranno a prescindere.

Già, i tassi; che secondo il Premier, danno “solo un minimo vantaggio”, “solo circa duecento milioni” (quarta bugia). Preliminarmente, sul punto, occorre dire che non è che siano “i tecnici”, come lui ha detto come se fosse una concessione generosa, a dire che bisogna guardare ai tassi dei titoli a dieci anni, per confrontare i tassi del MES: è uno dei fondamenti della finanza, il fatto che la comparabilità rischio/rendimento fra strumenti finanziari alternativi fra loro si faccia in funzione del tempo, che dev’essere anch’esso comparabile. Poi, lo 0,7% in meno “oggi” su 36 miliardi, cuba circa 252 milioni (più di “duecento”), ma “all’anno per dieci anni”, in ipotesi di rimborso in unica soluzione a scadenza e di costanza dello spread attuale. Che, come detto, più che ridursi è più facile che possa aumentare – quindi migliorando il confronto a favore del MES – se si interromperanno (o ridurranno) gli acquisti da parte della BCE ovvero se il nostro PIL resterà nei prossimi anni (successivi al 2021) a percentuali tendenti allo zero. Condizioni, queste ultime due, con probabilità di avverarsi ben maggiori dell’emergere di un teorico effetto stigma, artatamente assurto a rischio da evitare.

Non ha invece fatto capolino nella conferenza stampa, ma è stata solo rilanciata successivamente da taluni sostenitori del “no MES a prescindere”, il tema delle (presunte) condizionalità del MES, che limiterebbero la sovranità politica di bilancio nostrana. Sul punto, per maggiore approfondimento, rinvio ad un mio precedente articolo (           ), limitandomi qui a dire che queste (della linea “pandemic”) sarebbero ben inferiori a quelle delle linee precedenti, sostanziandosi in meri controlli sulla effettiva destinazione della spesa (alle voci sanitarie) e – solo dopo il ripristino dei vincoli di bilancio europei, ora sospesi su proposta della Commissione Europea almeno fino al 2021 – sul rispetto dei “parametri” di giudizio sui bilanci degli Stati membri, esattamente come già avveniva negli anni precedenti anche in assenza di ricorso alle linee agevolate MES.

Insomma, quattro bugie (più una non esternata) a sostegno di una scelta. Lasciatemi però precisare il senso del discorso. Il punto qui non è di per sé “quante” bugie e nemmeno se una o più di queste siano “larvatamente” difendibili. Il punto è che si è fatto passare una scelta come se fosse giustificata dalla inoppugnabilità di motivazioni tecniche per nascondere la responsabilità politica della scelta stessa. E questo è ben più grave delle bugie in sé. È pilatesco. Irrispettoso verso i cittadini, siano essi pro o contro il Governo. È l’uso di uno storytelling distorsivo che alimenta finte verità e che acuisce la confusione fra i cittadini.

Le bugie, si sa, hanno le gambe corte. E infatti, proprio mentre scrivo queste righe cercando di far prevalere l’oggettività sulle tesi politiche, il Premier (in un’altra conferenza stampa) ha ridimensionato ciò che ha detto solo ieri, affermando: “ho risposto a una domanda, ma non vuol dire che [la questione del MES] è risolta […] ci sono le sedi opportune e ci sarà l’opportunità di parlarne […] siccome le forze di maggioranza hanno chiesto un momento di confronto politico per definire le priorità […] un patto in vista della fine della Legislatura”.

Sì, il tema è soprattutto (rectius, solamente) politico, non tecnico. E sì, le bugie (anche in politica) hanno le gambe corte.