Uomini&Business - Direttore Giuseppe Turani

Pubblicità

Ma c'è davvero un giudice a Berlino?

Troppe ombre sulla magistratura.

di Ernesto Trotta |

Per la seconda volta in pochi mesi l’insopportabile e per qualcuno addirittura innominabile Matteo Renzi nell’aula del Senato ha sollevato, e con molta forza, il problema del rapporto tra magistratura e politica.
La reazione del mondo politico tutto, nonché dei mezzi di informazione prevalenti, è stato il più classico “orecchio da mercante”.
Si fischietta, si fa finta di nulla, tutti, come se il tema fosse un fastidioso impiccio di cui è noioso ed inopportuno occuparsi.
La magistratura, malgrado le intercettazioni di Palamara, le lotte tra correnti, l’evidente opacità dei suoi meccanismi di funzionamento, pare non avere alcuna voglia di mettersi in discussione per suo conto, né di rinunciare alla fortissima rendita di posizione di cui gode fin dai tempi di Tangentopoli. E sono quasi trent’anni.
I politici per contro (e spesso con la coscienza non proprio candida) sono terrorizzati di finire nelle grinfie di qualche PM particolarmente intraprendente, ma d’altra parte possono sempre confidare che un qualche loro avversario ci finisca a sua volta, in modo da poter lucrare sullo scandalo altrui.
È un meccanismo pericoloso, un equilibrio perverso, sul quale la vita pubblica italiana balla appunto da quasi trent’anni.
D’altronde l’obbligatorietà dell’azione penale è uno strumento (costituzionale) molto potente per intervenire nella lotta politica: basta un leggero soffio di notizia di reato (e che ci vuole?) ed ecco la possibilità, anzi il dovere, di aprire un fascicolo, con le inevitabili conseguenze mediatiche. Intercettazioni a comando, fughe di notizie, illazioni, condanne preventive, il tutto spesso e volentieri senza alcun riguardo della sostanza del problema. Cose gravissime e minchiate solenni (mi si perdoni il camillerismo) finiscono nel tritacarne, e poi nel ventilatore, per una efficace diffusione nell’ambiente. Gli esempi sono talmente tanti da non meritare un elenco.
Si capisce che così tutto il sistema perde di credibilità, di autorevolezza, di autorità. Serve, e non da adesso, una profonda riflessione istituzionale, che coinvolga tutti gli attori in scena. Nessuno escluso, a partire dal massimo vertice, e cioè il Quirinale.
 
La magistratura, casomai a qualcuno fosse sfuggito, è uno dei tre poteri di uno Stato di diritto. È l’unico a non passare per il vaglio popolare (almeno in Italia). Ci si accede per concorso pubblico e si autogoverna, attraverso il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), la cui composizione è oggi oggetto di dibattito e che è al centro delle polemiche e delle angosciate preoccupazioni di chi ha a cuore la salute e l’equilibrio delle Istituzioni.
La terzietà dell’organo nel suo complesso (di tutti e 10.000 i magistrati) dovrebbe essere un prerequisito: qui ed ora pare essere diventato un miraggio, una chimera, un fortunato accidente, legato alla buona volontà, che di certo esiste (guai a generalizzare), di questo o quel giudice. E pare che non ci si possa fare nulla. È mai possibile?
 
I magistrati non sono, non possono e non devono essere funzionari pubblici qualsiasi. Non sono impiegati e nemmeno dirigenti. Sono molto di più. Hanno in mano la vita e la reputazione dei cittadini, ovvero quanto di più prezioso si possa immaginare in un contesto sociale. Da loro ci si deve poter attendere una assoluta estraneità ad ogni tipo di distinzione politica ed anche culturale. Non è un pio desiderio, è un requisito irrinunciabile. E non importa che è difficile, che anche i magistrati sono cittadini, che hanno le loro idee, i loro orientamenti culturali, eccetera eccetera. Non sostengo che sia facile ed alla portata di tutti: nessuno è obbligato a fare il magistrato: se vuole farlo, deve rinunciare, in termini operativi e non solo in linea di principio, ad ogni tipo di connotazione politico culturale. Chiedo troppo? Non mi pare.
Un magistrato NON è nemmeno un cittadino qualsiasi: quando assume quel ruolo deve diventare come un asceta, e se non è capace, o non vuole, che faccia altro. Lo Stato da par suo deve essere sicuro, assolutamente sicuro, che sia così, e deve usare tutti gli strumenti possibili per verificare di continuo che resti così. Altrimenti il magistrato decade e passa ad altro incarico. Non è una posizione provocatoria o troppo tranchant, deve essere il minimo sindacale.
 
Pensare di riprodurre in un organo di quell’importanza le connotazioni politiche di destra, di centro, di sinistra, giustizialista, massimalista, ipergarantista, e via discorrendo, è semplicemente ASSURDO.
La terzietà del giudice, sia inquirente che giudicante, deve essere assolutamente garantita. E chi non di adegua, cambi mestiere.
Mi rendo conto di assumere una posizione rigida ma, pensateci un attimo, chi di noi può mai accettare che un giudice, che può decidere carcere, detenzioni, multe, punizioni varie, possa anche solo lontanamente essere condizionato da un’impostazione culturale e politica, men che meno da interessi, diversa dalla nostra? Ci rendiamo conto?
Il giudice deve avere in testa solo la legge ed i criteri ispiratori della legge, ovvero il contesto istituzionale che l’ha generata. È difficile, non ne dubito, ma perché dovrebbe essere facile? Sarà anche di ardua realizzazione, va bene, ma se non accettiamo che quello è l’obbiettivo, per quanto asintotico possa essere, cadremo inevitabilmente in tutte le storture del sistema attuale, che molto ipocritamente si ammanta di (finto) garantismo, ma in realtà (e lo vediamo con evidenza) si avvita in tutti i peggiori vizi della vita politica. Con la differenza che almeno quest’ultima è soggetta a ricambio periodico. I magistrati invece sono praticamente inamovibili, ingiudicabili, inattaccabili, e spesso chi cerca di affrontare il problema in modo più pragmatico viene tacciato di voler sfuggire ai rigori della legge.
È una specie di Comma 22: «Chi è pazzo può chiedere di essere esentato dalle missioni di volo, ma chi chiede di essere esentato dalle missioni di volo non è pazzo.» Come se ne esce?
 
Serve smetterla di contarsi balle e mettere mano in modo molto pragmatico a tutta la materia, a partire dalla selezione delle risorse, il loro addestramento, la verifica continua delle loro capacità, la normativa che riguarda le carriere, le azioni disciplinari, la specificità dei ruoli, le dislocazioni ad altri incarichi, la gestione dell’obbligatorietà dell’azione penale, …
Non ci si può accontentare di nulla di meno. Non ci sono mezze misure, né compromessi. Stiamo parlando di un pezzo fondamentale delle Istituzioni, non di un CNEL qualsiasi. Bisogna parlarsi chiaro: sì che sia sì, no che sia no.
Questa classe dirigente ne è capace? Ne ha voglia? A voi l’ardua risposta. Bisognerebbe perlomeno cominciare a parlarne senza infingimenti, o anatemi, o oscure minacce.
Nel frattempo, noi possiamo continuare a sperare che a Berlino, ma anche senza andare tanto lontano, ci possa essere un giudice cui affidare “serenamente” le vite nostre, delle nostre imprese, della nostra società.
Un sogno ad occhi aperti.
 
Ernesto Trotta
Torino