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Sinistra in stand-by

Molte parole, poche idee.

di Ernesto Trotta |

Massimo Giannini su “La Stampa” ricorda il prossimo, trentanovesimo, anniversario della famosa intervista di Enrico Berlinguer ad Eugenio Scalfari sulla “questione morale”.
Era dunque il 28 luglio del 1981, Moro era stato ucciso da oltre tre anni e la solidarietà nazionale era già un ricordo, o l’ennesima occasione perduta di fare dell’Italia un Paese normale.
Berlinguer era tornato all’opposizione e adesso denunciava:
“I partiti di oggi non fanno più politica. Sono soprattutto macchine di potere e di clientela, scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società; idee, ideali, programmi pochi o vaghi; sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, senza perseguire il bene comune… Molti italiani si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più…».
 
Una disamina spietata, disperata, durissima da leggere e soprattutto da digerire. E mancavano ancora oltre dieci anni a Tangentopoli…
Berlinguer stava per essere risucchiato nel ventre massimalista del PCI e non si rendeva conto (non poteva, non voleva, …?) che la storia ormai aveva svoltato definitivamente.
La sua denuncia cadde nel vuoto assoluto e neanche lui, col suo PCI irrigidito, seppe dare un seguito, uno sbocco, una prospettiva a tanta disperazione politica.
E dire che la strada c’era, eccome…
 
Era il PCI ad essere fuori della storia, era quella C di Comunista che era diventata improponibile, era il coraggio del cambiamento che mancava. La nostalgia di una rivoluzione impossibile, l’adagiamento in una comoda posizione consociativa, il mantenimento di uno status quo che garantiva al PCI una non irrilevanza nella gestione del potere, ma una totale irrilevanza politica, frenarono ogni tentativo, ammesso che ci fosse qualcuno che ne avesse la capacità, di fare quello che Occhetto fece con immenso strazio meno di dieci anni dopo, a Muro di Berlino caduto: saltare finalmente nel mondo della socialdemocrazia, del liberal-socialismo, della modernità insomma, bruciando per sempre le scialuppe di un’ideologia del tutto inadeguata alla gestione del mondo che si avviava alla fine del secolo.
 
Ci si trascinò avanti per altri dieci anni, tra sanguinose liti con i socialisti rampanti ed errori marchiani come l’appoggio all’occupazione della FIAT, o al dissennato referendum sulla scala mobile, senza riuscire ad incidere, a riorientare la storia della sinistra italiana.
Berlinguer pagò con la vita una sconfitta tremenda, resa ancora più crudele dalla constatazione che l’Italia non era del tutto aliena al cambiamento (l’aveva dimostrato nella stagione dei sindaci di sinistra a metà anni Settanta, e nella resistenza al terrorismo rosso, nero e di Stato). Era la politica, tutta la politica ad essere pigra, connivente, inadeguata. E non bastava, come non bastò, la denuncia dei processi degenerativi in atto.
Quindi adesso, prima di cedere alla nostalgia di quell’analisi berlingueriana, domandiamoci cosa abbia fatto la politica, e la sinistra in particolare, per resistere e per promuovere il necessario cambiamento riformista.
Ancora oggi ci dibattiamo nel gorgo di quei problemi che sono diventati endemici, sembrano incancreniti e calcificati nella nostra società. Tutte le anime libere li vedono, li pesano, li soffrono sulla pelle, ma ancora oggi non si trova il bandolo per mettere mano ad una riforma profonda, incisiva, definitiva dei comportamenti, dei modelli di riferimento, delle istituzioni e delle macchine amministrative. E se ci si prova (come ci si è in effetti provato), si viene brutalmente ricacciati indietro. Non facciamo finta di nulla!
 
Si dice che adesso, con i nuovi strumenti e la nuova sensibilità dell’Europa, siamo di fronte ad un’opportunità unica: può darsi sia vero, forse è vero, ma quale personale politico gestirà il cambiamento? Dove sono le competenze, dov’è la tensione morale, dove la volontà politica di fare le riforme importanti che sono indispensabili e che dall’esterno sembrano evidenti? O vogliamo continuare a rappresentare l’Olanda come il nemico nazionale? Lo vediamo o no il nostro vero nemico, interno, che è la volontà di conservazione, il gattopardismo, come diceva quarant’anni fa Berlinguer?
Non costa nulla essere ottimisti ma si rischia davvero di passare per degli sprovveduti a dare credito a forze (o debolezze?) politiche che non sembrano avere alcun obbiettivo di medio lungo termine, ma paiono solo concentrate a sbarcare il lunario, fino all’elezione del Presidente della Repubblica e forse fino alla fine della legislatura. E poi?
Se non ce l’ha fatta Berlinguer, ce la faranno i suoi epigoni odierni? Per non parlar degli altri…
“Tre uomini in barca (per non parlar del cane…)”
 
Non ci serve neanche più l’umorismo, che rischia di diventare umorismo nero; serve coscienza, di popolo e di classe dirigente, di persone con le idee chiare.
Copio Giannini: “Faccia un fischio chi ne vede in giro qualcuno”. Ma drizziamo le orecchie…
 
 
Ernesto Trotta
Torino