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Doppiopetto di Stato

Lo Stato deve intervenire per limitare i danni covid, ma non è ancora chiaro come, con quali criteri.

di Fabio Colasanti |

Oggi lo stato deve sicuramente avere un ruolo più importante nella ripresa delle economie e nel loro riorientamento verso nuovi settori, soprattutto quelli più "verdi", e verso un maggiore e migliore uso delle nuove tecnologie.  

 

Il problema è come farlo.   E la nostra storia e la nostra cultura politica non fanno pensare che saremo in grado di farlo bene.

 

Mariana Mazzucato ha scritto un libro, "Lo stato innovatore", che mostra bene il ruolo che il governo degli Stati Uniti e quello britannico hanno avuto nell'orientare lo sviluppo della tecnica e dell'economia, soprattutto nel periodo della guerra fredda.   La Mazzucato ha spiegato come tanti successi della "Silicon valley" siano in effetti dovuti alla ricerca di base finanziata dal settore pubblico.   Le imprese, dalla Apple alla Microsoft, altro non hanno fatto che inventare applicazioni commerciali per i risultati ottenuti dalla ricerca pubblica.   Del resto, l'internet stessa è un risultato di questo sforzo pubblico per la ricerca.

 

Ma molti ammiratori del libro della Mazzucato sembrano aver letto il suo libro in maniera superficiale.   Mariana Mazzucato spiega molto bene come gli Stati Uniti hanno operato e chiunque dovrebbe rendersi conto che oggi nei paesi europei modalità di intervento simili sono impossibili.

 

Il governo degli Stati Uniti ha creato agenzie ad hoc per raggiungere certi obiettivi, ha stanziato cifre molto alte per finanziare la ricerca che permettesse di raggiungere gli obiettivi fissati e ha messo a capo di queste agenzie scienziati di chiara fama.

 

I dirigenti di queste agenzie hanno poi negoziato con i centri di ricerca, le università e le industrie private la suddivisione dei compiti.   Non hanno fatto gare di appalto pubbliche.  I dirigenti delle varie agenzie hanno goduto di una discrezionalità enorme; hanno potuto scegliere i partecipanti ai progetti soprattutto sulla base della loro valutazione delle potenzialità di ogni possibile partecipante.   Se delusi dei risultati ottenuti in un certo progetto (cosa che succede spesso nella ricerca), ne hanno decretato la fine immediata e hanno reindirizzato i fondi verso altri progetti.

 

In Italia e in Europa una discrezionalità del genere è impensabile.   Noi possiamo finanziare la ricerca solo sulla base di bandi e regole stabiliti in anticipo e che devono essere validi fino alla scadenza prevista.   Chiudere una linea di ricerca perché ci si è resi conto che non porta a molto è impossibile.   Al massimo si può escluderla da un nuovo bando da lanciare in futuro.   La gestione dei programmi di ricerca europei è sottoposta a procedure molto complesse per garantirne il più possibile la correttezza e l'imparzialità.   I programmi sono valutati da centinaia di specialisti selezionati secondo regole abbastanza trasparenti e che vengono sostituiti periodicamente.   La valutazione viene effettuata in sessioni di tre settimane e avviene in edifici molto sorvegliati.  

 

Esiste perfino un sistema che ricorda quello degli osservatori delle Nazioni Uniti o dell'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE) che controllano la correttezza delle elezioni politiche in alcuni paesi.   Per ogni sessione di valutazione dei progetti europei viene nominato un piccolo gruppo di osservatori ai quali viene dato libero accesso a tutti i locali, riunioni e a tutta la documentazione.   Alla fine presentano un rapporto dove danno il loro parere sulla correttezza del processo.   In otto anni a capo di una direzione generale della Commissione europea che gestiva programmi di ricerca, mi sono trovato di fronte ad un solo rapporto con osservazioni critiche e non ho avuto altra scelta che di annullare subito tutto il programma di valutazione per un certo settore e di far ripartire da zero il processo di selezione dei suoi progetti.

 

Ma la nostra storia delle partecipazioni statali non è solo contraddistinta da problemi del genere.   E' stata una storia di continue interferenze non del governo in carica, ma soprattutto dei suoi partiti che si erano spartiti le società "controllate".   Consiglio a tutti la lettura del recente libro di Franco Bernabé, "A conti fatti", che descrive molto bene la realtà del gruppo ENI ai tempi delle partecipazioni statali (il libro è molto interessante anche per altri aspetti).   Si va dalle telefonate di questo o quel dirigente di partito ai "pizzini" con le raccomandazioni dati al presidente dell'ENI quando interveniva di fronte alle commissioni parlamentari passando per la spartizione delle singole società controllate tra i vari partiti.

 

Mani Pulite ci ha tragicamente dimostrato cosa sono state le nostre partecipazioni statali negli anni ottanta (e forse anche prima).   Le privatizzazioni della seconda metà degli anni novanta sono state sicuramente fatte per ridurre un poco le dimensioni del nostro debito pubblico, ma hanno trovato la loro giustificazione soprattutto nella presa di coscienza di cosa le nostre partecipazioni statali erano diventate.

 

Siamo sicuri che oggi sapremmo gestire le partecipazioni statali in maniera diversa ?   È questa la migliore maniera per lo stato di indirizzare l'economia ?

 

Lo stato oggi dovrebbe giocare un ruolo strategico incoraggiando e difendendo l'attività delle imprese di importanza strategica e che possono avere un futuro nel mondo post-Covid.   Purtroppo si dovrà accompagnare l'esodo di molti lavoratori da alcuni settori che non ritorneranno mai ai livelli di attività e occupazione del passato recente verso nuovi settori.   Ma quali sono questi settori ?  

 

Esistono moltissimi saggi, analisi e libri che cercano di rispondere a questa domanda.   Ma le preoccupazioni politiche sembrano essere concentrate solo sul salvare i posti di lavori di qualunque tipo essi siano.   La politica ha oggi un orizzonte temporale brevissimo.   Siamo in una campagna elettorale permanente.

 

Non sto qui a ricordare la lista di imprese in cui gli ultimi governi hanno deciso di intervenire per "salvare posti di lavoro".   Molto spesso non sembrano proprio aziende in settori con grandi prospettive di sviluppo futuro.   Ma qualche giorno fa la stampa ha annunciato l'intervento dello stato nell'impresa di confezioni per uomo "Corneliani" di Mantova (per fortuna per soli 10 milioni di euro).   Si tratta di un'impresa che era in difficoltà da parecchio tempo e che già nel 2019 aveva annunciato l'intenzione di licenziare 130 dei suoi 500 dipendenti.  

 

Quale è il valore strategico di un'impresa di confezioni per uomo ?    L'Italia ha molte imprese di questo tipo.   Si tratta di un intervento in linea con gli scopi del "Fondo per la gestione delle crisi di impresa" recentemente creato con il "Decreto Rilancio"?

 

Come qualcuno ha scritto, stiamo passando dai "panettoni di stato" ai "doppiopetti di stato".   La vecchia Gepi sembra essere ritornata di attualità.  

 

Come uscirne ?   Abbiamo sicuramente bisogno di un forte intervento dello stato nell'economia, ma per il momento sembriamo avere solo la Gepi.

 

I soldi del Recovery Fund dovranno essere spesi, per fortuna, per raggiungere obiettivi decisi in comune a livello europeo.   Ma questi obiettivi coincidono con quelli di ogni piano industriale presentato dai nostri ultimi governi.   I fondi del Recovery Fund andranno quindi soprattutto a progetti che noi stessi avremmo comunque voluto fare.   Non è sicuro quindi che porteranno ad un investimento in questi settori sensibilmente maggiore.   Rischiano di andare a progetti che sarebbero stati finanziati in ogni caso.    L'effetto economico principale degli interventi del Recovery Fund sarà quindi soprattutto quello di facilitare l'accesso al finanziamento dell'insieme delle nostre spese pubbliche.   Questo crea il rischio di una minore attenzione politica alla scelta dei settori dove spendere i soldi dei contribuenti.

 

Oggi le regole europee sugli aiuti di stato e quelle sui bilanci pubblici sono state sospese.   Molti hanno ricordato che l'assenza di regole sugli aiuti di stato potrebbe favorire i paesi con disponibilità finanziare più ampie e creare grosse distorsioni.   Un recente paper di Anderson, Papadia e Veron mostra che, per fortuna, finora le cifre non giustificano questi timori.   Ma il problema esiste.    La sospensione delle regole di bilancio, gli interventi della BCE e le misure di sostegno decise finora a livello europeo (i 750 miliardi di euro di Next Generation Europe e i 540 miliardi decisi precedentemente) stanno creando l'impressione che il vincolo di bilancio non esista più, che la gestione del debito pubblico possa non essere più una delle principali  preoccupazioni dei governi.   Nulla potrebbe essere più errato.   La crisi dei debiti sovrani del 2010/2011 ha seguito la recessione con un ritardo di due/tre anni.

 

Sono sempre più convinto che sarebbe nell'interesse dell'Italia che sia le regole europee sugli aiuti di stato che quelle sui bilanci pubblici siano ristabilite rapidamente, anche se con molte delle modifiche di cui si discute da anni.