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La patrimoniale mascherata

Utilizzo diverso - si dice - della ricchezza degli italiani. Cosa vorrà significare?

di Francesco M. Renne |

L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DELLE PAROLE: UNA PATRIMONIALE MASCHERATA?

Le affermazioni post-elettorali sui temi economici, rilasciate da alcuni esponenti della Lega – in particolare dal presidente della Commissione Finanze della Camera Borghi Aquilini e, soprattutto, dal vice-premier Salvini – meritano di essere valutate con una certa attenzione.

Ciò perché non sono (più) derubricabili a (semplici) mosse elettorali,  pericolose o meno che siano per le sorti del Paese.

Paiono ora, infatti, delle vere e proprie dichiarazioni programmatiche. E ciò con buona pace sia di quel mondo dell’imprenditoria (del nord, ma non solo) che compete sui mercati internazionali e sia (anche) di quella frangia (pseudo)liberale che tuttora in cuor suo parteggia per una riedizione del centro-destra che fu.

Perché a ben vedere, di liberale, fra quanto sostenuto dopo lo spoglio elettorale, v’è ben poco.

Procediamo con ordine; le dichiarazioni in questione sono (soprattutto) queste:

(i)             viene paventato uno sforamento (al buio) dei parametri di bilancio, soprattutto in tema di deficit/pil (ora fissato al -3% massimo), veicolando il (falso) messaggio che solo intraprendere questa strada porterebbe a rilanciare la crescita;

(ii)            viene paventato il superamento delle clausole di salvaguardia (23 miliardi nel 2020) “a deficit”, congiuntamente all’introduzione (sempre senza coperture specifiche) di una “nuova” tassazione agevolata fissa (poiché, tecnicamente, non può chiamarsi “flat tax”) fino a cinquantamila euro di reddito imponibile;

(iii)          viene sibillinamente vagheggiata la “semplice” richiesta di un “utilizzo diverso della ricchezza degli italiani […] che c’è […] è ferma nei conti correnti e nel risparmio privato” (cit.);

(iv)           il tutto nel mentre si diffida a mezzo stampa (italiana) la Commissione UE, dall’inviare una “letterina” (che altro non è che una fase, già prevista e conosciuta, dell’iter di valutazione delle deviazioni di bilancio al percorso di riequilibrio concordato con la UE stessa). 

Spread in salita, irritazione istituzionale (europea, soprattutto; ma anche nostrana, si pensi al premier Conte scavalcato), elaborazione di confutazioni tecniche (di non sempre facile fruizione) e politiche (sul reale peso dei “sovranisti” nel nuovo parlamento europeo), sono le reazioni immediate registrate da cotante picconate (perché questo sono) alla credibilità (residua) delle promesse istituzionali italiane fatte in sede internazionale.

Prescindendo dall’analisi politico-istituzionale (altri meglio di me la sapranno compiutamente illustrare), si vuole qui spiegare perché tali affermazioni dovrebbero essere origine di seria preoccupazione (anche) per il cittadino comune e non solo per gli analisti e i mercati. Nonché, implicitamente, perché l’imprenditoria nostrana e quella già citata frangia (pseudo)liberale di cui sopra stiano sbagliando nel riporre le aspettative di un futuro migliore nelle ricette economiche riassunte poc’anzi.

Sul primo punto citato, l’obiezione è semplice (e già, da chi scrive, trattata su questa testata). La differenza di sostenibilità del debito pubblico tra i vari Paesi è data dalla capacità di un singolo Paese di generare Pil. Minori sono le aspettative di crescita del Pil e minore sarà il giudizio di “sostenibilità” che un investitore (non solo straniero, anche i risparmiatori italiani) attribuirà alla solvibilità (rectius, rifinanziabilità nel tempo) del debito pubblico. Per questo quando il debito è troppo grande si deve cercare di ridurlo (in termini percentuali di rapporto Debito/Pil, ma anche – e sarebbe cosa buona e giusta – in termini di stock reale). Ma, per ridurre il debito occorre tener presente soprattutto un “parametro”, definito come “I – G”, ovvero la differenza fra tasso medio di interesse sul debito (ecco perché lo spread, che ne innalza il valore, è importante) e crescita nominale del Pil stesso. Orbene, non v’è chi non veda come le attuali aspettative di crescita del Pil siano (molto) fragili (e contenute) mentre il tasso medio del costo del debito pubblico sia (tuttora) elevato nonostante l’euro (con le politiche accomodanti di Draghi, che da ottobre però non sarà più alla BCE) abbia (di molto) contribuito a calmierarne l’incidenza. Sforare, dunque, vieppiù per spesa corrente e non per investimenti strutturali (cioè, anche per la scuola Keynesiana, con “moltiplicatori di spesa” minori), appare del tutto improvvido. Non è tanto il 3% in sé, il problema; è proprio la concezione teorica che si vorrebbe promuovere, cioè di un deficit assurto quasi a “variabile indipendente”, che è intrinsecamente un’idea sbagliata.

Il secondo punto, oltre a quanto già detto sin qui, trova due ulteriori obiezioni: una giuridica e una pragmatica. Quella giuridica è data dal fatto che l’aumento IVA è già norma cogente, con decorrenza primo gennaio 2020; il che determina il fatto che “cancellarla” consista in una “correzione” che per Legge deve avere idonea copertura (e passare al vaglio della Ragioneria Generale dello Stato). L’idea quindi di “cancellare le clausole di salvaguardia a deficit” è invero impraticabile senza – e qui sta il punto – violare (o modificare) il precetto costituzionale del pareggio di bilancio. Pur essendo dichiaratamente bersaglio dell’On. Borghi Aquilini, che vorrebbe toglierlo dalla Costituzione, l’iter procedurale non appare però così facile (e veloce). Quella pragmatica è invece data dalle simulazioni numeriche super partes fatte dall’Ordine Nazionale dei Commercialisti, dalle quali emerge che fissando in cinquantamila euro di reddito il limite per l’applicazione di un’aliquota sostitutiva al 15%, questa – per effetto delle attuali detrazioni ed aliquote in vigore – convenga ai soli redditi che superano ventimila euro circa e trova un’inversione della convenienza in prossimità del limite fissato. Insomma, non sarebbe una “tassa piatta” (non è cioè un sistema fiscale ad una sola aliquota per tutti, ma una ulteriore aliquota sostitutiva per una specifica fascia di cittadini) e nemmeno sarebbe conveniente a tutti i soggetti interessati.

Il terzo punto è – da un punto di vista liberale – il più “pericoloso”. Affermare, come il vice-premier ha fatto (su La7, da Mentana), che si “chiede di poter utilizzare diversamente la ricchezza degli italiani”, presuppone interventi legislativi sul risparmio. Ritenendo (chi scrive) che (seppur non escludibile a priori che vi possano essere istanze in tal senso) non sia sua intenzione introdurre tassazioni patrimoniali aggiuntive (non sarebbe politicamente sostenibile, per il suo elettorato), tale affermazione non può che avere un solo significato: l’introduzione di forme di risparmio “indotte”. Forzose o volontarie che siano, saranno provvedimenti tesi a convertire parte del risparmio dei cittadini in debito pubblico “dedicato”, tendenzialmente o a durata medio lunga a tassi calmierati (maggiori di quelli a breve ma inferiori a quelli che dovrebbero applicarsi “a mercato”), o a breve scadenza come pagamento dei debiti dello Stato (commerciali e/o tfr e/o magari pensionistici) con titoli utilizzabili per il pagamento delle imposte future. In entrambi i casi, si tratta di ipotesi illiberali, date dalla sottrazione di liquidità immediata o dalla sostituzione di asset finanziari esistenti a fronte di titoli del debito pubblico remunerati ad un tasso minore di quello il cui rischio intrinseco richiederebbe. E siccome, rendendo meno del “dovuto” (se portati sino a scadenza) ovvero generando perdite in “conto capitale” (se qualcuno dovesse venderli prima della scadenza il loro “corso” sarebbe inferiore al nominale), si tratterebbe di una perdita finanziaria per il risparmiatore, tale proposta altro nome non può avere se non “patrimoniale mascherata”.

Il quarto punto, infine, è invero un semplice (maldestro) tentativo di story-telling, per far passare il messaggio di un “nemico” (la Commissione europea) contro i “buoni” (loro), indicando come “arma da cui difendersi” una “nuova” lettera che altro non è che un passo ordinario, già conosciuto ed atteso, dell’interlocuzione prevista dai trattati nei casi di deviazione dai percorsi di risanamento dei bilanci pubblici concordati, come è il caso dell’ultima Legge di Bilancio dell’Italia. Serve (purtroppo) sempre un “nemico” da additare, per distogliere l’attenzione dai veri problemi e far passare, tra le pieghe della “difesa nazionale”, norme incongrue come l’abolizione del pareggio di bilancio o illiberali come una “patrimoniale mascherata” o, peggio, una (speriamo molto remota) restrizione alla nostra libertà di movimento dei capitali.