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Poca crescita, zero austerità

Quanto contano lo spread e la crescita.

di Fabio Colasanti |

Il dibattito sul bilancio

Il dibattito di questi giorni è concentrato sul bilancio dello stato per il 2019.   Purtroppo se ne discute spesso in maniera approssimativa, se non addirittura sbagliata.   Commento quattro punti di questo dibattito per aiutare a capire in che termini questi si presentano.   Si tratta di punti importanti per le prospettive economiche del nostro paese.

SPREAD.  Sappiamo che questo indicatore misura la differenza di credibilità e di affidabilità dei nostri titoli di stato rispetto a quelli di altri paesi emessi in euro.   Veniamo da un periodo di tassi di interesse eccezionalmente bassi.   Nei prossimi anni i tassi di interesse potranno solo salire, speriamo poco.   Questo aumento toccherà tutti i paesi, anche la Germania che è considerata nell'eurozona il paese più affidabile.   Noi avremo il tasso di interesse tedesco più lo spread rispetto ai titoli tedeschi.   L'aumento del tasso di interesse sui titoli di stato, anche quello dovuto ad aumenti dello spread, si ripercuote ovviamente anche sui prestiti che le banche fanno a famiglie e imprese.

Lo spread rispetto ai titoli tedeschi era attorno a 150 all'inizio dell'anno.   Oggi è attorno a 300.   Se lo spread dovesse rimanere su questo livello - e tenendo conto del fatto che dobbiamo emettere quasi 400 miliardi di nuovi titoli ogni anno per rimborsare quelli in scadenza e finanziare il nuovo indebitamento - avremmo circa 3 miliardi di interessi in più sulle emissioni dei prossimi dodici mesi, 6 miliardi in più su quelle dei dodici mesi successivi e cosi via fino a raggiungere in sette/otto anni circa 35 miliardi all'anno in più quando il grosso del nostro debito pubblico sarà stato rinnovato.   Se la cifra di 35 miliardi di interessi in più all'anno può sembrare alta si pensi che nel 1996 abbiamo pagato l'equivalente di 115.6 miliardi di euro di interessi sul debito pubblico e nel 2017 ne abbiamo pagati 66.3 (su di un debito pubblico più alto di circa 1 100 miliardi).   Questi sono gli estremi della forchetta degli interessi che abbiamo pagato sul nostro debito pubblico negli ultimi venticinque anni.   Non stiamo parlando di bruscolini.

DISAVANZO AL 2.4 PER CENTO.   Lo spread è il risultato di milioni di decisioni individuali.   Dipende da impressioni più che da cifre precise.   L'aumento del nostro spread è dovuto molto più alle dichiarazioni di sfida nei confronti dell'Europa che all'annuncio di un disavanzo al 2.4 per cento.  Questo spiega anche perché il 2.8 per cento della Francia – cifra in realtà più bassa dal punto di vista del rispetto delle regole europee perché contiene delle spese fiscali eccezionali – non fa paura.   Emmanuel Macron non vuole sfidare le regole europee.   E lo spread per la Francia è di poco superiore a 30.

Le paure che sono all'origine dell'aumento dello spread sono anche basate sul timore che il disavanzo effettivo per il 2019 non sia del 2.4 per cento, ma sia più alto.   È sperabile che si conoscano molto presto i dettagli della manovra perché la somma delle varie dichiarazioni fa pensare ad un disavanzo sensibilmente più alto.   Preoccupa anche il fatto che il governo possa basarsi su ipotesi di crescita economica troppo generose e che possano non essere realizzate.   Per di più è molto probabile che il governo voglia provare a tener conto di entrate che si verificheranno in maniera eccezionale quest'anno e delle quali le regole europee prevedono l'esclusione.   Il gettito del condono fiscale serve ad aumentare gli introiti del 2019 a scapito di quelli degli anni seguenti.   Un certo aiuto il governo lo avrà dalle aste per le frequenze necessarie per le future telecomunicazioni che hanno dato un gettito superiore al previsto: 6.5 miliardi di euro da versare allo stato tra il 2018 ed il 2022.   Ma anche queste non risolvono tutti problemi.

Non si capisce come il governo possa annunciare senza remore una riduzione del disavanzo in percentuale del PIL nel 2020 e 2021.   Senza interventi fortemente restrittivi, il disavanzo dovrebbe aumentare spontaneamente in maniera considerevole.   E per di più, le previsioni disponibili suggeriscono un rallentamento della crescita in tutta l'Europa, cosa che non aiuterà.

RESTITUZIONE AL POPOLO.   La manovra sembra debba contenere una forte componente sociale: il reddito e la pensione di cittadinanza.   Non entro nelle modalità tecniche di queste spese, ma il destinare una parte maggiore delle spese pubbliche alla redistribuzione e gli aiuti sociali è una scelta politica legittima.   Si possono avere opinioni diverse sulla misura e l'opportunità dell'intervento, ma è un fatto che la povertà e il disagio sociale nel nostro paese sono in aumento nonostante la crescita (modesta) che si è registrata negli ultimi anni.

Quello che non è legittimo è affermare che sarebbe la prima volta che "si darebbe qualcosa al popolo" e che si sarebbe abbandonata l'austerità.   Noi abbiamo avuto una politica di bilancio restrittiva nel 2012-2013, ma dal 2014 la politica di bilancio italiana è stata espansiva.   Dal 2014 le variazioni discrezionali dei saldi di bilancio al netto del ciclo sono state espansive.   La stessa cosa è successa anche per l'insieme dei paesi dell'eurozona, anche se in misura minore.

Anche osservando variabili meno pertinenti, ma più comprensibili, si ha una conferma di questo fatto.   Tra il 2014 ed il 2018, la spesa corrente della pubblica amministrazione italiana al netto del pagamento degli interessi sul debito pubblico è cresciuta in media dell'1.3 per cento all'anno.   I "tagli" di cui si parla tanto nei dibattiti e nei media sono stati compensati da aumenti di spesa in altri settori o spesso sono stati solo dei tagli rispetto a previsioni (o richieste) di più forti aumenti.   

Tenendo poi conto anche dell'orientamento fortemente espansivo della politica monetaria non si può assolutamente sostenere che in Italia negli ultimi tre anni ci sia stata austerità.   Al contrario, c'è stata una politica espansiva.  Il bilancio 2019 attualmente in discussione non cambia l'orientamento della politica fiscale.

INVESTIMENTI PUBBLICI.   Gli investimenti della pubblica amministrazione italiana negli ultimi anni sono andati diminuendo continuamente.   Si è passati dal picco dell'ultimo ventennio di poco più di 54 miliardi di euro nel 2009 a solo 33.7 miliardi di euro nel 2017.   Come tante analisi hanno dimostrato, questa riduzione, almeno negli ultimi anni, non è stata dovuta a difficoltà finanziarie, ma ai tanti ostacoli che paralizzano il sistema decisionale.   Si va dalla frammentazione delle competenze alla litigiosità che porta a continui ricorsi giudiziari che bloccano le procedure e i cantieri passando per la paura che attanaglia la dirigenza pubblica in seguito alla riforma Bassanini e all'azione della magistratura (soprattutto quella amministrativa).   Il ministro Tria ha spesso confermato quest'analisi.   L'annuncio generico di un piano di investimenti per 5 miliardi all'anno dice molto poco.   Come vengono rilanciati gli investimenti?   Questi 5 miliardi sono aggiuntivi ?    Ma senza modifiche delle procedure come ci si può aspettare che maggiori stanziamenti sblocchino le cose?

Ma la crescita a medio termine non si compra con la spesa pubblica.  Uno stimolo di bilancio può aiutare solo a breve termine.   Noi abbiamo una politica di bilancio leggermente espansiva da quasi cinque anni.   Questa ha sicuramente sostenuto un poco la crescita, anche se la ripresa dopo la recessione del 2012/2013 è stata dovuta soprattutto a fattori esterni.   Ma non siamo riusciti a ridurre sensibilmente il divario di crescita tra noi ed il resto dell'eurozona.  

Il ministro Tria si è dato come obiettivo il dimezzamento di questo divario.   La cosa è assolutamente necessaria, dal 1992 ad oggi siamo sempre cresciuti meno del resto dell'eurozona nella sua composizione attuale con la sola eccezione del 1995.   Ma oramai sappiamo tutti su cosa si deve intervenire per rilanciare la crescita: efficienza della pubblica amministrazione, eccesso di norme, ripartizione delle competenze tra un numero eccessivo di enti, lentezza della giustizia civile, formazione professionale, qualità delle infrastrutture, uso delle tecnologie digitali, ecc.    Speriamo che il dibattito si sposti presto sulle iniziative in questi campi.