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Di Maio, il semilavorato

Scuola, sanità e pensioni sono arrivate prima che il ministro nascesse. Si chiama welfare. Non è vero quindi che è solo dall'altra sera che ci si occupa del popolo.

di Giuseppe Turani |

Della manovra in generale si è già detto, e qui basterà ricordare che si tratta semplicemente di un passo consistente verso la tipologia Sudamerica. Ma c’è un punto che mi sta a cuore e sul quale conviene tornare.

Bisogna ripartire da Marco Travaglio, ormai l’ultimo esemplare umano che difende questo mucchio informe di semilavorati che sono in grillini, e cioè che finalmente, avranno fatto degli errori, ma c’è qualcuno che si occupa del popolo e non delle banche.

Premesso che sulle banche l’Italia ha speso poco e fatto poco, una scemenza del genere te la potevi aspettare dalla Lezzi o dalla Taverna. Si è mai visto un sistema sociale-economico moderno senza un buon sistema bancario? No. In America hanno fatto fallire la Lehman, per sbaglio, poi non hanno più fatto fallire niente. Anche aziende dieci volte grandi le hanno salvate. Il perché dovrebbe essere ovvio persino a gente che passa il tempo a fare propaganda: se fallisce un’impresa industriale, è grave, ma si tratta di 1 impresa. Se fallisce una banca, di imprese se ne può tirare dietro anche dieci mila (e magari centomila risparmiatori). Che si fa? Si telefona a Travaglio e Di Maio? Intervengono loro a chiacchiere?

Il disastro planetario della Lehman nasce dal fatto che la banca d’affari operava in 145 paesi del mondo, mica aveva due sportelli alla Barona: il virus della non credibilità del sistema bancario, a fronte di quel colossale fallimento, si è propagato nel mondo come un virus influenzale. In futuro, anche se Travaglio non è d’accordo, in nome del populismo, quando una banca traballa, intervenire, prima si fa, meglio è. A polemizzare abbiamo tempo dopo.

Ma c’è un punto sul quale vale la pena di tornare, a proposito di Di Maio (altro semilavorato). Ecco la sua dichiarazione che riporto di nuovo: “Oggi è un giorno storico! Per la prima volta lo Stato è dalla parte dei cittadini. Per la prima volta non toglie, ma dà. Gli ultimi sono finalmente al primo posto perché abbiamo sacrificato i privilegi negli interessi dei potenti. Sono felice”.

Ecco, un’affermazione così totalmente demente non si era mai sentita e dà la misura dell’uomo.

Mi corre l’obbligo, visto che nessuno gliene ha parlato prima, di informare Di Maio, che purtroppo ci governa, che l’Italia non è una repubblichetta centro-africana in cui i cittadini vengano presi a cinghiate e costretti a mangiare quello che trovano sui marciapiedi.

Senza farla tanto lunga, ricordo al signore che in Italia abbiamo, e non da ieri, istruzione obbligatoria gratuita, un sistema sanitario nazionale gratuito e un sistema pensionistico che non è il peggiore del mondo. Più una vasta rete di aiuti per i meno abbienti, sia a livello nazionale che locale. Più i volontari forse migliori del mondo.

Quando qualche anno fa un treno di siriani è arrivato in stazione Centrale, nel giro di un’ora il sindaco Sala aveva fatto allestire un centro medico volante rifornito di tutto. Decine e decine di volontari (chiamati da nessuno) si sono precipitati con viveri, vestiti, e amicizia. I miei amici del gruppo Informatici senza frontiere in qualche quarto d’ora hanno attrezzato un wi-fi volante perché i siriani potessero collegarsi con i loro parenti sparsi in Europa.

Tutte queste cose (istruzione, sanità, pensioni) sono state fatte prima che Di Maio nascesse. L’altra sera, con la sua piccola distribuzione di denaro, non è stato il primo a occuparsi del popolo. Altri, prima di lui al popolo hanno dato appunto istruzione, sanità e pensione. Gli ospedali e le scuole che oggi curano e istruiscono gli italiani (malamente a giudicare dallo stesso Di Maio), non sono opera sua e non le costruirà dopodomani: ci sono già.

E qui voglio ricordare un altro aneddoto vero. Un signore va alla stazione di Modena dove è in arrivo la moglie, appena fuori sulle strisce pedonali, la signora cade a terra, sospetto infarto. Si chiama l’ambulanza, che per una serie di disguidi tarda. Quando arriva porta i due, la malata e il marito, in un piccolo ospedale alla periferia della città. La signora viene infilata di corsa in sala operatoria e il signore resta in anticamera perplesso: sta meditando di chiamare un’altra ambulanza e di portare la signora in un ospedale più grande, più rassicurante.

Ma esce una giovane dottoressa e gli spiega: per i casi come quello di sua moglie qui in Emilia abbiamo la rete Stroke, di cui questo ospedale fa parte. Il team che adesso si sta occupando di sua moglie è considerato fra i migliori d’Europa, stia tranquillo, fra qualche giorno la potrà, riportare a casa. E questo è accaduto.

Insomma, non solo abbiamo un servizio sanitario nazionale, ma ci sono anche punte di assoluta eccellenza. Ogni anno 300 cardiochirurghi americani vengono a fare degli stage al Policlinico San Donato di Milano. Non a sentire Di Maio.

Tutto questo per ricordare a Di Maio che non ci sta civilizzando lui. Eravamo già civilizzati. Quanto alla sua piccola distribuzione di denaro a chi non lavora, gli devo rammentare che l’odiato Renzi con assai meno fracasso con gli 80 euro, ha fatto di più (e, almeno, li ha dati a quelli che lavorano e faticano davvero).

Se poi Di Maio volesse rendersi conto della sua pochezza, vada a studiarsi come funzional’Harz4 in Germania. I fondi a disposizione sono più del triplo e ci sono 100 mila persone dedicate a cercare lavoro ai disoccupati.

Insomma, è falso, è una bugia, è vergognoso che qualcuno venga a dirci che solo dall’altra sera ci si sta occupando del popolo. Tutti si sono occupati del popolo e spesso anche bene. Purtroppo, quasi tutti lo hanno fatto come fa Di Maio: con debiti. E questa era la ragione per cui, per svoltare sul serio, Di Maio avrebbe dovuto non fare debiti, ma prendere un’accetta e tagliare via il superfluo.

Invece ha fatto esattamente come tutti gli altri, non c’è stata alcuna svolta e non è cominciata alcuna terza repubblica. Lui è soltanto un Fanfani o un Andreotti meno istruito, un semilavorato, appunto.