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In arrivo piccolo governo

Di Maio fuori gioco, pensione e oblio. Si rivota fra un anno. Flop storico dei populisti e sovranisti. 

di Giuseppe Turani |

Posso sbagliare (non sono nella testa del presidente Mattarella), ma credo che la tela stia cadendo davanti alle ambizioni di Di Maio. Fine della commedia, cala il sipario, si va a casa.

Se una cosa si è capita, è che con tutte le pregiudiziali grilline, non si combina niente. La pretesa di escludere Berlusconi e Forza Italia dai giochi per il governo per questioni “morali” (come se i grullini non avessero le loro rogne) è chiaramente assurda e non consente di sbloccare la situazione.

Penso (sbagliando certamente) che a Mattarella andrebbe bene un governo presieduto da Tajani, attuale presidente parlamento europeo, esponente di spicco del Ppe, che avrebbe il vantaggio di garantirci in Europa e di consentirci di non essere considerati proprio dei diversi. E poi un ministro dell’economia tipo Cottarelli (al posto di quell’accozzaglia che gira intorno a Di Maio e a Salvini) per garantire che non si facciano troppe scemenze.

Non so se il Presidente si spingerà così avanti o se sceglierà qualche formula più prudente. I profili, però, sono quelli indicati: un presidente di sicura fede europea e un ministro dell’economia in grado di capire quello che fa.

Il che esclude i due guitti che da un mese e mezzo ci stanno rompendo le scatole con la loro pretesa di fare i premier. A Salvini, come leader formale (il sostanziale rimane Berlusconi) del centrodestra va ancora bene.

Per Di Maio, che a questo punto non serve più a nessuno (come i suoi due guardaspalle Toninelli e Giulia Grillo), non rimane che un dignitoso ritiro o l’onta del ministero dell’Agricoltura (se esiste ancora). Non credo che possa avere un futuro nel Movimento: di fatto, passerà alla storia come quello che lo ha svenduto tutto. Basta Vaffa, basta non euro, basta no Nato. E lo ha svenduto nel tentativo (vano, lo avrebbe capito chiunque) di arrivare sulla poltrona di palazzo Chigi, senza nemmeno sapere da quale porta si entra. Un totale avventurista.

Di fatto, insomma, i due vincitori (si fa per dire) alla fine condurranno a un governo del presidente, anche se Mattarella avrà la grazia di non farlo sembrare tale. In sostanza, dare la vittoria a Lega e 5 stelle non è servito a niente. Nessuno  vedrà flat tax o reddito di cittadinanza. Le plebi meridionali (quelle dei plebisciti ai masanielli) dovranno aspettare ancora un po’ e arrangiarsi con  i loro piccoli traffici, fin che restano soldi. Poi (presto) si chiude.

Il governo del presidente durerà fino alla primavera prossima. Poi ci sono le elezioni europee, e si faranno anche quelle italiane.

E sarà curioso vedere come si presenteranno grillini e leghisti, reduci da un flop storico. Ricominceranno con gli insulti all’universo mondo (con cui stavano per allearsi) o caleranno di una marcia?

Purtroppo, credo che entrambe le formazioni faranno quello che hanno fatto fin qui perché non sanno fare altro: Salvini farà il razzista e i 5 stelle i qualunquisti. Ogni evoluzione verso modelli migliori sembra esclusa: non hanno letto, non sanno, non hanno nemmeno vissuto. Se i tuoi ispiratori sono madame Le Pen, Orban o il comico genovese, puoi solo replicarti, sono già dei capolinea.

Rimane aperta la questione del Pd, che però sembra aver scelto il silenzio monacale, primo caso nella politica mondiale. Magari è un’idea di un’astuzia infinita, il cui senso sfugge solo a me. C’è da sperare che prima del 2019 si svegli e ci faccia sapere qualcosa.

Anche perché la congiuntura comincia a dare segni di rallentamento e il misero governo che si andrà a combinare  non avrà certo la forza di mettere insieme riforme significative. Al massimo aumenterà ancora un po’ la spesa pubblica, spingendo il paese ancora più vicino al baratro.

Una stagione di riforme, una grande stagione, non è solo nei voti delle persone perbene, ma è proprio una necessità del paese, a questo punto.

Se qualcuno ascolta, en marche.