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I romani tutti di ramazza, belin

"Virginia non può fare tutto, è una ragazza".

di Giuseppe Turani |

Ormai a Roma è saltato tutto, è sparito ogni residuo tentativo di far finta che le cose siano regolari. Se c’era una democrazia è tutto finito in fondo allo scarico. Chi decide tutto è Grillo, che non ha alcun potere legale. E è talmente confuso che dopo infinite giravolte finisce per perdersi nella sua stessa ideologia grillina: Roma deve diventare la prima città autogestita dai cittadini al mondo, nel senso che, ramazza in mano, devono pulirsela.

Tutto comincia con la spinosa questione del nuovo campo di calcio, già varato dalla giunta Marino. Esiste un consiglio comunale, una specie di Giunta (manca sempre qualche assessore), un sindaco, la sorridente Virginia, ma non sono loro a decidere.

Su questo benedetto campo di calcio ci sono contrasti. I vertici, Raggi e altri, vorrebbero dare il libera per non scontentare gli investitori stranieri e anche per dare un po’ di lavoro alla città. La base del Movimento però, fatta di duri e puri, è molto contraria: no al cemento. Allora da Genova piomba giù il garante, cioè l’ex comico Grillo. Si insedia in una suite all’Hotel Forum e comincia a ricevere architetti, legali, manager, deputati. Carte topografiche sparse sul tavolo. E succede di tutto.

Prima dichiara che lo stadio nuovo si farà, perbacco. Con tecnologie nuovissime (boh?) e sentendo la popolazione interessata. Il vero padrone è lui, mai eletto da nessuno a niente, nemmeno amministratore di un codominio. Ma non importa. Dalla sua suite dell’hotel Forum continua a dirigere il comune della Capitale.

Ma la sua base protesta sul serio e minaccia di non approvare in consiglio la decisione di dare il via libera ai lavori.

Allora il comico, che deve averne già le scatole piene di questo stadio, fa come un novello Salomone: lo stadio si farà, ma in un altro posto.

Il che, per gli addetti ai lavori, significa che non si farà. I proponenti infatti (che sono poi i padroni americani della squadra Roma) hanno fatto tutti i progetti per la zona di Tor di Valle, un loro amico possiede le aree. Subito dichiarano che a spostare tutto chissà dove (questo il comico non lo ha mai detto, non lo sa, ovviamente, ha detto la prima cazzata che gli è venuta in mente) è impossibile.

Il comune faccia quello che vuole. Eventualmente loro faranno causa per una cifra pazzesca. Virginia si spaventa e comincia a correre dagli avvocati per vedere se può dire no senza esporre il comune a un risarcimento miliardario.

Il comico non sa più cosa fare e comincia a dare segni di confusione. Prima dice che Roma, sotto la guida della Raggi (cioè la sua, di Grillo) sta migliorando a vista d’occhio. Poi (cattiva digestione?) dice che non è vero e che tutti devono dare una mano, compreso il papa. Arriva a dire che Virginia non può fare tutto. Ogni cittadino deve sentirsi responsabile dei dieci metri quadrati che gli competono: copra le buche, tenga pulito, diffonda profumi gradevoli. E, naturalmente, il governo tiri fuori più soldi per Roma.

Sul finale Sibilia, il loro capo della cultura, quello che vuole autorizzare i matrimoni fra speci diverse (io con il mio gatto, mia zia con il suo cane, forse lui con una scimmia  bonobo), prende la parola e dice che, diavolo, lo stadio si farà.

Ha parlato con la suite dell’hotel Forum? Non si sa. In realtà, sembra di stare a teatro. Attori  a 5 stelle entrano e escono, ma ognuno fa parte di una commedia diversa. Ognuno dice le sue scemenze e poi se ne va.

Roma è amministrata così, sotto la supervisione di un bizzarro signore che viene da Genova.