Uomini&Business - Direttore Giuseppe Turani

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Per ora vince chi che doveva perdere

L'originario progetto renziano è morto. Quello nuovo non esiste.

di Giuseppe Turani |

Lunedì si riunisce la direzione del Pd e c’è grande attesa per le mosse di Renzi. Si è capito infatti che non si tratta solo di vedere dove intende collocarsi. In realtà, c’è in gioco molto di più: e cioè la possibilità, o la non-possibilità, di fare in Italia un partito riformista a vocazione maggioritaria, in grado di conquistare la maggioranza alla Camera e al Senato e quindi di governare.

Sulla carta, il progetto deve purtroppo essere considerato morto e sepolto. In gran parte per via delle decisioni della Corte Costituzionale, ma in buona parte anche per la sconfitta che lo stesso Renzi ha subito il 4 dicembre. L’Italia non è cambiata e dentro il vecchio impianto riesce difficile far nascere e far muovere un partito riformista di centro-sinistra a vocazione maggioritaria.

Il problema, cioè, non è vedere se Renzi vince oppure no e quanto pesano gli oppositori (da Emiliano a Rossi). E’ ovvio che contano quasi niente.

E la questione non è nemmeno vedere se Renzi userà la mano forte o se andrà alla ricerca di un compromesso con questi che l’hanno sabotato, sempre, e soprattutto il 4 dicembre con il referendum costituzionale.
Fra i fan del fiorentino sta maturando l’idea di una cacciata dei “traditori” o, peggio ancora, della fondazione di un nuovo soggetto politico con l’uscita dei renziani (sul modello “En marche” di Macron in Francia).

Probabilmente non accadrà nulla di così eccitante. La sensazione che si ha è che non si sia ancora arrivati davvero alla resa dei conti. E forse mancherà persino il coraggio di ammettere che il progetto originario (partito riformista allargato al centro a vocazione maggioritaria) è morto. Non esiste più. Il disegno con il quale Renzi aveva terremotato il Pd (e lo aveva conquistato) è scomparso, inghiottito dall’Italia non riformata e proporzionale.

Di fatto, per essere chiari, Renzi va in direzione, farà la sua battaglia per tenersi il partito, ma la questione vera è che non ha più una strategia innovativa. E non ce l’ha perché non esiste. Aveva puntato tutto sul vivere in un’Italia diversa e invece la macchina del tempo lo ha ributtato nella vecchia Italia. La storia a volte fa scherzi come questo.

Con la necessità, quindi, di fare vecchi giochi. Può accettare, ad esempio, l’alleanza con Pisapia e i vari sinistri a sinistra del Pd, se sono furbi, possono correre a ingrossare le fila dell’ex sindaco di Milano. In questo modo saranno sicuri di poter condizionare “da sinistra” il Pd. E quindi ottenere politiche più “sociali”, insomma cose già viste (e tutte perdenti).

Proprio per questo i fan renziani più scatenati sono per dire no: pochi, ma buoni. In sostanza: non rinunciano all’idea di un partito riformista a vocazione maggioritaria. Alle prossime elezioni sarà perdente, ma forse no. Comunque per questo “nuovo” vale la pena di battersi, per un Pd che ripercorre le vecchie strade dell’alleanza organica con l’”asinistra” no.

Si vedrà lunedì. Anche se forse è chiaro che Renzi vuole tenersi il partito e quindi non romperà con nessuno.

E invece di qualche rottura ci sarebbe bisogno. Lo scenario che il paese ha davanti non è tranquillizzante. Basta vedere l’oscena discussione con Bruxelles per 3,4 miliardi che loro vogliono e che noi cerchiamo di non tirare fuori. Che cosa sono 3,4 miliardi su una spesa di 800 miliardi? Bruscolini. Padoan, senza stare a fare dibattiti, potrebbe prendere le forbici e in venti minuti trova questi 3,4 miliardi e la faccenda si chiude senza farla diventare un dramma continentale. La sensazione, invece, è che si mette in scena il dramma per nascondere il resto.

E il resto che cosa è? Il resto, purtroppo, è molto semplice: la crescita, quella vera (del 2-3 per cento) continua a latitare. Non c’è in Europa e  non c’è in Italia.

L’ingenua Camusso insiste monotamente a produrre paper per dimostrare che in Italia ci sono troppe ingiustizie sulla distribuzione del reddito (farà addirittura dei referendum su questo) e fa francamente ridere: un po’ come chi protesta perché la torta è troppo salata, quando la torta in realtà non esiste più perché è già stata mangiata.

Un po’ tutte le previsioni ragionevoli ci dicono che abbiamo di fronte una decina d’anni, almeno, di crescita sotto la linea dell’1 per cento o pochissimo sopra. Siamo cioè alla sopravvivenza. Con l’1 percento di crescita (prendere matita e fare conti) non calano i disoccupati e non cala il debito. Si resta, grosso modo, quello che si è adesso. A meno che qualche evento internazionale non ci ricacci ancora più indietro.

Le cose da fare le sanno tutti: meno burocrazia, meno impianto complicato per le decisioni, più potere al mercato (con anti-trust e tutto il resto), meritocrazia a tutti i livelli, massima apertura internazionale, ecc.

Ma questa cosa non si può fare perché la classe politica attuale (e non parliamo degli asini a 5 stelle) sa gestire solo questa Italietta domestica e arretrata. Se diventiamo più grandi, protagonisti, innovativi, loro non ci capiscono più niente. In una società meritocratica come fai a mandare avanti i nipoti a forza di raccomandazioni e come fai con una scuola che sembra produrre sostanzialmente degli analfabeti, pur costando un occhio della testa? Rimandi i professori a scuola?

In sostanza, lunedì si vedrà che cosa andrà a dire e fare Renzi. Per ora, ci rimane una certezza: il progetto originario non esiste più e quello nuovo altrettanto. Non c’è. E il paese è sulla sua linea di galleggiamento, precario.

Buona domenica.