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La polveriera di D'Alema

Il paese può saltare, se non cambia. Ma chi ha bloccato il cambiamento?

di Giuseppe Turani |

Non credo che esista su questa terra uno psichiatra abbastanza strambo da riuscire a fare luce sulla testa e la logica di D’Alema: non possiamo andare a votare a giugno perché siamo seduti su una polveriera, guardate lo spread che impennata ha avuto.

Cioè, io riempio la mia cantina di dinamite e poi mi metto a gridare: tutti in strada, la casa può saltare?

Non poteva pensarci quando ha votato per affossare il referendum? Allora che l’Italia fosse su una polveriera non gli importava: la cosa  che più gli premeva era far perdere Renzi e sloggiarlo da palazzo Chigi. La cosa decisiva, detta in chiaro, era impedire il rinnovamento dell’Italia e lasciarla nel suo stato di paese in bilico.

Non siamo andati in bilico dopo il 4 dicembre. Lo siamo da vent’anni. Vent’anni nei quali D’Alema, come molti altri, ha fatto serenamente politica, discutendo del più e del meno. Non ha mai lanciato le grida allarmate di oggi. Scopre improvvisamente l’8 febbraio che la patria è in pericolo.

Pericolo dal quale ci possiamo salvare non andando a votare e apprestandoci a consegnare a lui e ai suoi amici il Pd. E sì, perché la colpa della polveriera è di Renzi, che faceva il boy scout mentre lui e i suoi amici ammucchiavano le casse di dinamite in cantina.

Il modo per disinnescare la polveriera, secondo questa mente lucidissima, è bloccare (come ha fatto) il processo di cambiamento e impelagare il paese in un ritorno alla politica consociativa che lo ha ridotto appunto in questo stato.

Ripeto, non credo che esista uno psichiatra così bravo da riportare questa mente a un uso corretto della logica elementare.

C’è la vecchia battuta di Einstein: è follia fare sempre la stessa cosa e aspettarsi un risultato diverso. Qui addirittura lo si fa con vent’anni di ritardo.

Ma non possiamo certo perdere le giornate a occuparci della testa di D’Alema, che è quello che è.

Invece conviene sottolineare quello che di vero c’è nelle sue affermazioni: siamo seduti su una polveriera. Verissimo.

La polveriera consiste esattamente in questo: stiamo vivendo da troppi anni al di sopra delle nostre possibilità. Quello che abbiamo (industria, commerci, servizi) non basta per tenere 60 milioni di persone nel loro attuale livello di benessere.

E infatti da anni andiamo avanti indebitandoci. Ci siamo fatti già prestare, in pratica, più di quello che avrebbe prodotto una seconda Italia (se esistesse). Cioè: siamo 60 milioni, ma abbiamo consumato come se fossimo 120 (o 150). Questa è la nostra condizione.

E non esistono vie d’uscita. Se non due:

1- Accettiamo di diventare tutti più poveri. I tre milioni di disoccupati sono una sorta di anticipo, sono stati cacciati via dal benessere i più deboli per consentire agli altri, anche ai non meritevoli, di continuare a vivere ancora un po’ nel benessere. Ma è impensabile che si possa continuare a vivere (e a avere il welfare che abbiamo) a spese del mercato. Quindi il nostro orizzonte più realistico consiste in un progressivo impoverimento. Questa è l’unica strada perché la polveriera non esploda davvero.

2- Esiste un’alternativa. Cambiare il paese, buttare a mare un po’ di zavorra, e ripartire. Se si continua a crescere sotto l’1 per cento all’anno e a fare debiti, si corre verso l’esplosione. Ma è da pazzi pensare che “questa” Italia possa cambiare: le performance possibili di questa Italia sono quelle che abbiamo già visto, scarse e modeste, insufficienti.

Le uniche alternative all’esplosione della polveriera, quindi, consistono in un impoverimento condiviso e accettato o in un cambiamento. Ovvio che la seconda strada è la preferibile, anche se la meno semplice. Grillo, giustamente dal suo punto di vista, punta su un impoverimento collettivo. Andiamo tutti in bicicletta e mangiamo lattuga coltivata sul balcone da noi stessi (lui, invece, ostriche).

Ma qui si torna alla testa di D’Alema. Il 4 dicembre ha fatto di tutto per impedire che il cambiamento avesse luogo. E adesso insiste per gettare il Pd (l’unico possibile soggetto del cambiamento) nel caos.

E allora chi agirà dopo? Lui e Cuperlo? Magari confidando in un’assistenza umanitaria dei 5 stelle?

Viene un sospetto. E cioè che consideri ormai inevitabile il declino italiano e che punti a farlo gestire da qualche suo alter-ego (Cuperlo, Bersani, Speranza, …). Così  fra tre anni potrà dare un’altra intervista e dire: “Vi avevo avvisati, ma non siete venuti in processione da me. Peggio per voi”.

Dalla testa di D’Alema, di cui in fondo ci importa molto poco (da essa non è mai uscito niente di utile), si deve andare al Pd, dove una moltitudine di colonnelli (annusata una certa debolezza di Renzi) si appresta a orchestrare congiure e miserevoli agguati di palazzo. Gente della statura di Franceschini e peggio ancora.

E’ sufficiente dire che stanno scherzando con il fuoco? Nell’attuale confusione rischiano anche di farcela. Ma per cosa? Per ereditare una polveriera che prima o poi D’Alema farà esplodere, anche solo per il gusto di poter esclamare “Ve l’avevo detto”. E se non lo farà D’Alema, ci penserà la storia.

In realtà, oggi l’operazione da fare sarebbe esattamente il contrario. Non mettersi a discutere delle solite tiritere di sinistra (Cosa fare per i giovani? Niente, cara signora, se non cresci), ma stringersi compattamente dentro il Pd e cercare in ogni modo di rimettere in moto il cambiamento. Senza il quale, giova ripeterlo, qui non esiste futuro per nessuno.

E il cambiamento, in questo paese, nel 2017, ha la faccia di Renzi (perché è l’unico che ha provato una strada nuova), non quella di Cuperlo o di Franceschini, meno che mai quella di Speranza. Spiace per loro, ma è così.

Se massacrano Renzi, massacrano il cambiamento possibile, massacrano noi.

Ma come si fa a spiegarglielo?