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Il Renzi dopo Renzi

Forse esiste, ma deve essere molto diverso dall'originale che abbiamo conosciuto.

di Giuseppe Turani |

Esiste un Renzi dopo Renzi? Molti suoi fan cominciano a pensare di no. La sconfitta del 4 dicembre sembra averlo provato. Ha fatto una lunga pausa Zen e poi è tornato, sembra, con le idee un po’ confuse. Al punto che molti suoi estimatori hanno detto: se questo è il nuovo Renzi, allora non ci interessa. Meglio quello di prima. Anzi, quello andava bene, questo no.

Altri, più gentili, si limitano a lanciare appelli al ragazzo di Rignano perché torni com’era una volta, aggressivo, instancabile, determinato a cambiare tutto.

La minoranza del Pd, capita l’aria che tira, si è messa a sparare a palle incatenate contro Renzi, per liquidarlo del tutto. E quindi lasciare la strada sgombra per una loro riconquista del partito. E, in alternativa, minaccia, in caso di elezioni, di fare una lista concorrente valutata fra il 3 e il 10 per cento. Abbastanza comunque per impedire a un eventuale Pd a guida renziana di conquistare il 40 per cento e quindi la maggioranza.

Da qui una confusione mai vista su legge elettorale e possibili alleanze (da Pisapia a Alfano), gente pro e gente contro.

E’ possibile che tutta la questione sia mal posta. La riconquista di palazzo Chigi da parte del Pd, in modalità maggioritaria, sembra oggi da escludere.

Ma il punto, probabilmente, non è nemmeno questo. Tutto lascia immaginare che si salti almeno un giro e che nel 2017 o nel 2018 ci sarà un governo debole che farà poco o niente.

La questione centrale è che che cosa dovrebbe fare Renzi, ammesso che torni una sua stagione? La voce grossa con l’Europa?

Non basta. Il centro della questione italiana, oggi, è uno solo: non possiamo continuare a chiedere flessibilità a Bruxelles senza fare nulla in cambio.

I debiti si sono fatti perché siamo inefficienti e perché viviamo al di sopra dei nostri mezzi. E quindi ogni anno dobbiamo fare nuovi debiti per tirare avanti.

Così, però, non si può proseguire all’infinito. Bisogna fare davvero le riforme. Bisogna, come ha detto qualcuno, smontare il paese e rimontarlo in modo corretto.

Per questa impresa, non più rinviabile, tutto il vecchio arsenale sindacal-sinistro non serve a niente. Tutta la cultura del vecchio Pd, per essere chiari, va buttata nel cesso. Non c’è niente da salvare. In Francia, Macron ha lasciato i socialisti (vecchi come la ditta del Pd) e si è fatto una cosa sua, liberal-democratica.

Qui la situazione è la stessa. O il renzismo (qualunque cosa voglia dire) conquista stabilmente il Pd e manda a casa davvero la vecchia guardia o conviene fare una cosa nuova.

Ma nuova per fare cosa? Il progetto di riforma costituzionale è saltato. E quindi bisogna proseguire, eventualmente, con operazioni mirate.

Se si vuole una linea di marcia riassuntiva, si può dire questo: proporsi come obiettivo in dieci-quindici anni di dimezzare lo Stato italiano. Ancora meglio sarebbe redigere un vero cronoprogramma, anno dopo anno pezzi di Stato che se ne vanno. Senza di questo non esiste alcuna speranza di riscatto per l’Italia, che finirà divorata dal suo stesso Stato.

Il che significa ridurre via via le competenze dei vari enti territoriali e della burocrazia. Servono giuristi di grande qualità, ma quello che non può essere eliminato (perché sta in Costituzione) forse può essere opportunamente svuotato.

E qualche ragionevole riforma costituzionale può essere avviata: si può puntare, ad esempio, a ridurre fortemente le competenze delle regioni e del senato (non più voto di fiducia e con meno senatori, eletti normalmente).

In conclusione, il Renzi dopo  Renzi forse esiste. Ma deve essere un Renzi nuovo, molto più consapevole dell’urgenza delle cose da fare e della loro gravità. Non basta più strappare il consenso di Bruxelles a fare altri 50 miliardi di debiti. Bisogna proprio rifare l’Italia. Altrimenti, meglio non provarci nemmeno.