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Fed, dubbi sulla stretta di dicembre

Il timore di eventuali shock post-elettorali potrebbe mettere in discussione il rialzo dei tassi. 

di INTESA SANPAOLO |

La riunione del FOMC di questa settimana si è conclusa, come atteso, con tassi fermi e segnali di un probabile rialzo dei tassi in tempi ravvicinati. La vera motivazione per restare fermi a novembre è il timore di eventuali shock post-elettorali, qualcosa che non può essere scritto nel comunicato. In effetti, il rischio connesso alle elezioni presidenziali americane dell’8 novembre è andato crescendo nell’ultima settimana, con un progressivo ridursi del vantaggio della candidata democratica nei sondaggi. I mercati, che davano quasi per certa la vittoria di Hillary Clinton, sono tornati a scontare un esito incerto.

Tuttavia, non stanno scontando una vittoria del candidato repubblicano Trump, ma soltanto una probabilità non più trascurabile che avvenga. Se ciò si verificasse davvero, perciò, seguirebbe un’ulteriore fase di aggiustamento che potrebbe complicare il lavoro della Federal Reserve a dicembre. Inoltre, anche una vittoria della Clinton potrebbe essere seguita da contestazioni e da un rischio di crisi istituzionale, a motivo delle indagini in corso.

Il voto a livello nazionale rinnoverà tutta la Camera (435 seggi), un terzo del Senato (34 su 100 seggi) e determinerà i delegati al Collegio Elettorale per l’elezione del Presidente e del Vice-presidente. L’esito del voto di novembre è potenzialmente più rilevante per lo scenario geopolitico che per quello economico. Nonostante il continuo susseguirsi di sorprese relative ai candidati per la presidenza e un grado inusuale di incertezza sull’esito del voto, la previsione centrale resta di governo diviso, con un presidente democratico, la Camera repubblicana e il Senato spaccato.

Per il Congresso, si prevede una maggioranza repubblicana alla Camera (con un margine inferiore a quello attuale) e una possibile parità al Senato (i sondaggi, che davano un probabile margine risicato ai democratici, sono tornate a dare indicazioni di parità). A livello presidenziale, i sondaggi al momento danno un modesto vantaggio a Hillary Clinton, con ampia incertezza. Il vantaggio democratico si è ampiamente ridotto dopo la riapertura delle indagini dell’FBI sulle e-mail di Clinton, e restano 10 stati incerti.

Il Presidente non è eletto dal voto popolare ma dai delegati al Collegio Elettorale (sono necessari 270 voti al Collegio), determinati dal voto nei singoli stati. Ricordiamo che almeno un terzo degli elettori ha già votato con le procedure di voto anticipato.

Nello scenario centrale di governo diviso, è probabile che prosegua la situazione di stallo legislativo per altri due anni (fino alle elezioni midterm di novembre 2018), con scarso potere di agenda per il Presidente e con la necessità di trovare supporto bipartisan per qualsiasi atto legislativo, incluso il budget.

Ci sono poi scenari di coda, con probabilità ridotte ed esiti difficili.

-In particolare, potrebbe esserci un ulteriore spostamento verso i repubblicani negli ultimi giorni, con uno scenario di maggioranza repubblicana in Congresso e di presidenza Trump.

-Dall’altro lato, c’è anche la possibilità di uno scenario centrale di governo diviso con presidenza Clinton, su cui però si possono addensare rischi di incriminazione per il caso delle e–mail, con netto indebolimento della Presidenza e turbativa dell’attività del Congresso in connessione con possibilità di impeachment.

-Infine c’è la possibilità di contestazione dei risultati elettorali, o di voto molto vicino per i due candidati che richieda il riconteggio delle schede, con un notevole prolungamento dell’incertezza (con un caso simile a quello dello scontro Bush-Gore del 2000).

Il Presidente non viene comunque eletto dal Collegio elettorale fino al 19 dicembre e non entra in carica fino al 20 gennaio 2017. Questi scenari “difficili”, con effetti negativi sui mercati, non possono essere esclusi, viste le particolarità di questa tornata elettorale.

L’incertezza sulle conseguenze del voto presidenziale è ampia, ma i rischi sono concentrati sulla componente internazionale della politica americana. La campagna elettorale è stata poco focalizzata sulla politica fiscale, anche perché l’economia nel complesso è in fase di ripresa, senza emergenze da affrontare: gli scontri sui tagli fiscali e sulla riduzione del deficit sono storia passata. I programmi di entrambi i candidati alla presidenza implicano una politica fiscale espansiva, anche se con grandi differenze. La questione per i prossimi anni riguarda quanto, non se, si espanderanno il deficit e il debito.

È probabile quindi il proseguimento di una stance modestamente espansiva, con possibili accordi sulla riduzione delle imposte per le società e su un ampliamento della spesa per infrastrutture. Un punto rilevante e meno positivo per lo scenario economico, è l’aumento di posizioni protezionistiche sui temi del commercio internazionale sia da parte di Trump sia da parte di Clinton.

Il potere del Presidente, in caso di governo diviso, è concentrato sulla politica internazionale. Su questo fronte, Clinton è generalmente in linea con l’Amministrazione attuale. La posizione di Trump è stata finora di rottura con l’establishment, anche repubblicano, e lascia aperto un grado molto maggiore di incertezza per il post-elezioni, con possibili reazioni significative sui mercati, soprattutto nel breve termine.