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Ai tempi del New Deal rooseveltiano

F.D.R. guiderà l'America dalla grande crisi alla seconda guerra mondiale.

di Giuseppe Turani |

La data di inizio, ufficiale, della grande crisi del 1929 è il 24 ottobre, quando le quotazioni di Wall Street crollano paurosamente. Ma, poco dopo, il 29, arriva il martedì nero, con un secondo crollo, ancora peggiore. A quel punto finanzieri e banchieri, sia pure in quantità limitate, cominciano a gettarsi dai loro lucenti grattacieli, convinti che tutto sia finito, e l’America, ricca e orgogliosa fino a poche settimane prima, impara a conoscere la povertà. I disoccupati da due milioni salgono a otto nel giro di pochi anni.

Il governo conservatore non capisce nulla e, anche davanti al disastro, continua a credere che alla fine il mercato aggiusterà se stesso, come d’incanto. Naturalmente non succede, la crisi si aggrava e si allarga la resto del mondo.

Per vedere una svolta bisogna arrivare al 1933, quando viene eletto il democratico Franklin Delano Roosevelt, un disabile che vive sulla sua carrozzella. Sarà il primo e unico presidente americano a essere eletto per quattro volte di fila: in pratica accompagna gli Stati Uniti dalla grande crisi alla seconda guerra mondiale (morirà nell’aprile del 1945).

Quando arriva alla Casa Bianca trova un paese disperato, con la gente che dorme sui vagoni merci dei treni e che cerca il cibo fra i rifiuti, le banche mezzo fallite.

La prima cosa che chiede al congresso è l’autorizzazione a chiudere tutte, dico tutte, le banche americane per evitare altri fallimenti e altri disastri. L’autorizzazione richiesta gli viene concessa, con voto regolare, nel giro di due ore, probabilmente un record mondiale di velocità.

Dopo qualche tempo riapre le banche, ma intanto ha emesso nuove regole di funzionamento, più controlli.

Ma, ovviamente, fa di più. Fa il New Deal. Fa una cosa singolare, per l’epoca: inventa del lavoro. Arruola un esercito di tre milioni di disoccupati (che lo Stato pagherà pochissimo) e li manda a sistemare parchi, a tirare su dighe, a sistemare argini.

L’America riprende a respirare. Poi arriva la seconda guerra mondiale e c’è una tale mobilitazione produttiva che della crisi del ’29 non resta più alcuna traccia, solo straordinari romanzi.

Un’esperienza da copiare? Sarebbe troppo facile e troppo semplice. E non abbiamo nessun Roosevelt in giro, in nessuna parte del mondo.

Però una lezione si può trarre da quei lontani avvenimenti: niente può fermare un paese che si muova unito. Nemmeno una crisi tremenda come quella del 1929.

(Dal "Quotidiano nazionale" del 26 ottobre 2016)