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Addio a Ciampi, un galantuomo

Governatore della Banca d'Italia, è il primo non-parlamentare a essere eletto presidente del Consiglio e poi presidente della Repubblica.

di Redazione |

La parola che tutti usano per ricordare lo scomparso Carlo Azeglio Ciampi (nato a Livorno, 1920) è “austero”. E infatti era molto austero. In decenni in Banca d’Italia (di cui 14 come governatore), dove entra nel 1946, e più di vent’anni in politica, è impossibile trovare qualche sua dichiarazione o partecipazione al chiacchiericcio tipico dell’ambiente. Mai detta, insomma, una parola che non fosse essenziale.

Non si è mai laureato in economia, ma solo in lettere, due volte, alla Normale di Pisa e a Lipsia. In più ha preso una laurea in giurisprudenza in Italia. Di lauree in economia, nel corso della sua vota, ne ha avute tante, ma tutte honoris causa.

Ma essenziale lo era era anche nella vita.  Quando studiava lettere alla Normale di Pisa, alle due del pomeriggio usciva per la sua passeggiata e rientrava alle tre. Studenti e professori sostenevano che sulle uscite e le entrate di Ciampi ci potevi regolare gli orologi. Mai sgarrato di un minuto nemmeno una volta.

Di formazione laica, partecipa alla Resistenza, l’8 settembre si rifiuta di aderire alla Repubblica sociale e fugge in Abbruzzo dove trova il suo maestro, il filosofo Guido Calogero. Insieme a altri partigiani parte per una lunga marcia attraverso le montagne e arriva fino a Bari, dagli alleati. Giunto in città, consegna a Tommaso Fiore il manoscritto del “catechismo liberalsocialista del partito d’azione”, scritto da Calogero, si arruola nell’esercito e si iscrive al partito d’azione.

Nel 1946 entra in Banca d’Italia.

Viene nominato governatore della Banca nell’ottobre del 1979. E non si tratta di un momento facile. Paolo baffi, governatore e Mario Sarcinelli, direttore generale, erano appena stati coinvolti (a torto e poi prosciolti da ogni accusa) nel crack Sindona e costretti a lasciare il loro incarico. Dietro c’era la mano di Andreotti, cosa che non impedì a Ciampi, anni dopo, di telefonare allo stesso Andreotti per esprimergli solidarietà per le accuse di Mafia mosse contro di lui da alcuni magistrati.

Ho incontrato Ciampi una sola volta, appena prima della tempesta, durante un pranzo del Direttorio della Banca d’Italia, a cui l’allora governatore Baffi fu così cortese da invitarci. Naturalmente si parlava di lavoro e non di altro, ma tutti con brevissimi interventi, tassi, bond, mercato secondario, ecc.

Dopo, da governatore, Ciampi affronta (1981) il cambiamento forse più radicale nella storia di Bankitalia: il divorzio dal Tesoro. Il ministro Andreatta manda due lettere a Ciampi e gli dice che da quel momento (rompendo un uso che durava da sempre) la Banca non sarebbe più stata obbligata a comprare automaticamente i bond emessi dal Tesoro. Una rivoluzione. Accettata e gestita da Ciampi in piena sintonia.

Nel 1993, in un momento di grandi difficoltà economiche e politiche, viene nominato presidente del Consiglio. E’ il primo non parlamentare che viene eletto a questa carica. E ci sono polemiche. Inutili perché la Costituzione questo prescrive.

In seguito farà il ministro del Tesoro in vari governi.

E qui lo incontro per la seconda volta. Anzi, non lo  incontro, è lui che mi telefona. L’inflazione allora era altissima e si discuteva molto su che cosa fare, con varie tesi. Ciampi è essenziale, nemmeno cinquanta parole, e taglia di netto le discussioni: “Si ricordi che tutto  quello che facciamo, con un’inflazione sopra il 3 per cento, alla fine si rivelerà sbagliata. Dobbiamo liberarci dell’inflazione. Questo è il problema”.

La stima nei suoi confronti è tale che il 13 maggio 1999 viene eletto presidente della Repubblica (sempre senza essere mai stato parlamentare) alla prima votazione.

Quando si avvicina la scadenza del suo incarico, molti settori politici cominciano a far girare l’idea di candidarlo per la seconda volta.

Ma nel 2006, dopo aver inaugurato i giochi olimpici invernali di Torino, Ciampi con una nota ufficiale del Quirinale fa sapere di non essere disposto a accettare un reincarico. Spiega che un doppio mandato, benché non sia vietato, sarebbe contrario allo spirito della Repubblica.

Da senatore a vita ha ricoperto vari incarichi e ancora si ricorda che il 31 dicembre 2012, benché seriamente malato, volle essere presente al Senato per rendere omaggio alla camera ardente del premio Nobel Rita Levi Montalcini, da lui stesso nominata senatrice a vita.

Oggi si è spento, e lo si può ricordare con tre sole parole. E’ stato un uomo essenziale, austero e è stato un galantuomo.

(Dal "Quotidiano.net" del 16 settembre 2016)