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Tagliare le tasse subito o forse no

Oggi l'unico modo per tagliare le tasse è farlo a debito. Ma il parlamento è pronto? O gli interessa solo mandare a casa Renzi?

di Giuseppe Turani |

La situazione è grave, si dice. Tagliare subito le tasse altrimenti non si riparte più. Vero, con alcune precisazioni. Non siamo esattamente fermi. Quest’anno l’Italia crescerà dello 0,8 per cento, che è un po’di più di quello che si è fatto l’anno scorso e molto di quello che si era fatto nel 2014 (meno 0,4 per cento). Quindi non siamo alla catastrofe. Ci stiamo solo muovendo molto lentamente. Ma non va bene, troppo lentamente. E quindi, si conclude, tagliare le tasse. Ottimo.

Ma come? E’ ovvio, con la spending review. Si taglia la spesa pubblica e quindi si tagliano le tasse.

Ma non è così semplice. Se tagli 50 miliardi di spesa e riduci le tasse di 50 miliardi, probabilmente hai fatto un errore. I tagli di spesa, infatti, hanno bisogno di tempo (2-3 anni) per dare i loro frutti. E quindi avresti grande buco di bilancio. Inoltre, la domanda aggregala (spesa privata più spesa pubblica) non cambierebbe

In realtà, oggi i tagli alle tasse si possono fare in un solo modo, rapidamente, e cioè a debito.

Invece di stare qui a discutere con la Commissione di Bruxelles per avere qualche decimo in più di flessibilità di bilancio, si può decidere di sforare del 3 per cento. E questi sono quasi 50 miliardi all’anno. Se lo si fa per tre anni sono 150 miliardi da investire.

La commissione urlerà? Certo. Basta lasciarli urlare.

Oggi, però, questa cosa tanto semplice (a parole) non si può fare. Perché l’Italia ha un appuntamento, fra novembre e dicembre, che dal punto di vista formale è una consultazione referendaria sulla riforma costituzionale. In realtà, è un voto per cacciare il governo Renzi e, nella testa di qualcuno, anche per chiudere l’era Renzi: via dal governo e via dal partito.

Gli eserciti si sono già schierati in pianura e si aspetta solo il segnale per dare il via ai combattimenti.

Difficile in questa situazione fare un’operazione di rottura come lo sforamento del 3 per cento nel bilancio annuale: esso significa, infatti, caricare in un colpo solo altri 50 miliardi di debiti sulle spalle. In un paese normale ci sarebbe una via d’uscita: il capo del governo convoca il capo dell’opposizione e, insieme, decidono di marciare. Solo che qui abbiamo un governo, ma non un capo dell’opposizione. E un capo del governo sul quale pesa l’ordalia del referendum, e che quindi rischierebbe, se procedesse e se venisse sconfitto, di lasciare ai successori una grana colossale di cui avrebbero fatto volentieri a meno.

D’altra parte, una cosa è  certa: se Renzi non fa Renzi, perde. Non può stare fermo, cioè. Deve andare avanti.

Alcuni suoi amici lo consigliano infatti in questo senso: proseguire, trovare i soldi, tagliare le tasse e mettere la gente al lavoro.

Bisogna varare un new deal italiano, senza aspettare l’Europa che come al solito arriverà in ritardo. Le cose da fare sarebbero tante, una delle più clamorose potrebbe essere copiare l’idea dei Civilian Conservation Corps: tre milioni di disoccupati assunti dallo Stato americano con un salario minimo (vitto e alloggio gratis) e spediti a sistemare parchi, argini, boschi.

Qui basterebbero forse un milione. Un milione di disoccupati tolti dalla loro condizione e mandati a fare cose utili, in cambio di uno stipendio minimo. Ne guadagnerebbe l’Italia, che si ritroverebbe con il territorio un po’ più a posto, e circolerebbe un milione di stipendi in più.

Ancora, anche se capisco che a moltissimi non piacerà. La prima cosa che Roosevelt fece appena eletto fu di chiedere al congresso di autorizzarlo a chiudere a tempo indeterminato tutte le banche americane. L’autorizzazione arrivò i due ore. Roosevelt varò nuove leggi (banche sotto il controllo federale) e poi le riaprì. Noi sono anni che ci facciamo male con i crediti inesigibili: chiudere, sistemare e ripartire.  tagliò anche gli stipendi pubblici, preferendo dare quei soldi ai disoccupati perché  andassero in giro per l’America a sistemare quello che era pericolante.

Roosevelt, però, lavorava in tempi di emergenza e il parlamento approvava le sue idee dirompenti nel giro di poche ore.

Vi immaginate analoghi dibattiti nel parlamento italiano di oggi?

Renzi è chiuso dentro una specie di cerchio: se fa rischia di cadere di tornare alla casella di partenza. Se non fa, cioè, se tira a campare, probabilmente accade la stessa cosa, ma in tempi più lunghi. A meno che non sopravviva, con una schiacciante vittoria del sì. In questo caso potrà fare tutto quello che vuole. I fantasmi del suoi nemici si infileranno su per il camino. I cinque stelle saranno già andati nei boschi a raccogliere funghi, e lui avrà mano libera. E allora avrà avuto ragione lui nel non forzare la mano adesso. E torto tutti quelli che gli consigliano di indossare l’armatura e di menare fendenti da subito. Compresi noi, ovviamente, forse un po' troppo rooseveltiani.