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I mali dell'economia mondiale

Siamo di fronte a una frenata strutturale della crescita. Serve una nuova rivoluzione. E anche maggiori investimenti. 

di Emilio Rossi* |

L'articolo è stato pubblicato su Uomini&Business, lueglio-agosto 2016

Nelle ultime settimane siamo stati inondati da notizie riguardanti la cosiddetta Brexit (Britain-exit) e soprattutto da commenti e valutazioni sull’impatto negativo che essa avrà sull’economia britannica e su quella europea. Moltissimi analisti economici e finanziari, noti accademici, centri di ricerca, uffici studi di banche e asset managers, sono tutti accomunati dalla velocità con cui stanno riducendo le loro previsioni economiche post-Brexit. Perfino il FMI ha colto l’occasione per abbassare le sue stime di crescita dell’economia europea e addirittura di quella globale, che ancora una volta la stessa prestigiosa istituzione aveva errato nei trimestri precedenti per eccesso di ottimismo, come del resto fa regolarmente dal 2010....

La decisione di uscire dall’Europa avrà sicuramente un impatto negativo sulla sterlina, sul Regno Unito e sul suo peso politico nel consesso internazionale. Ma è bene dirlo chiaramente: nessuno può quantificare oggi se si tratterà di pochi punti percentuali o di molto o poco in più, visto che non si possono conoscere i termini del negoziato tra UE e UK che durerà almeno due anni e probabilmente molto di più.

Inoltre, le autorità britanniche avranno tutto il tempo di intervenire con misure di politica monetaria e di bilancio a sostegno dell’economia di Sua Maestà in funzione di come le negoziazioni prossime future evolveranno. Insomma, ci si può aspettare un impatto tutto sommato mite. E se questo è vero per il Regno Unito, ancora di più lo è per l’Unione Europea che dipende dal Regno Unito molto meno di quanto quest’ultimo dipenda dalla prima. Esiste per l’UE un problema potenziale di effetto domino in campo politico, ossia la possibilità che i cittadini di altri paesi seguano l’esempio britannico, ma oltre a essere una possibilità almeno al momento più teorica che reale, non è questo il motivo che gli analisti e il FMI additano come ragione della revisione al ribasso delle proprie previsioni. Insomma, questa storia del Brexit come elemento chiave della mancata crescita appare alquanto pretestuosa.

In realtà ci troviamo di fronte ad un malessere che nessun politico, gestore di asset, impresa o chiunque abbia utilità dal mantenimento della fiducia di famiglie e imprese può permettersi di dichiarare: il rallentamento strutturale della crescita “potenziale” dell’economia globale e soprattutto dei paesi avanzati, il cosiddetto New Normal. Perfino la crisi del 2008, addebitata dai più al dilagare senza controllo dei mutui subprime e dei derivati ad essi collegati e collocati in tutto il mondo, deriva in fondo dalla mancata presa di coscienza da parte del governo USA di aver spinto l’economia dal 2000 in poi oltre il proprio “potenziale” e quindi su un percorso insostenibile, senza rendersi conto delle debolezze strutturali dell’economia USA.

Due sono i principali fattori dietro alla riduzione strutturale della potenzialità di crescita delle economie avanzate: l’invecchiamento della popolazione che porta con sé un eccesso di risparmio (e pochi investimenti) e la mancanza di nuove tecnologie in grado di far compiere al sistema produttivo e all’insieme dei consumatori un balzo di produttività e investimenti molto significativo.

Dopo oltre un secolo in cui le applicazioni derivanti dalle grandi invenzioni del 1800 hanno portato benessere e nuovi stili di vita (motore a scoppio, elettricità, telefono, acqua corrente, tanto per citare i più ovvi), le tecnologie che si stanno diffondendo oggi non sono più in grado di generare grandi investimenti, pur nell’ambito di un progresso tecnico molto veloce. In altre parole, i nuovi prodotti (personal computer o tablet, e ancor di più Internet) non richiedono né promuovono la stessa domanda di investimento e consumi che invece erano stati caratteristici della ferrovia, degli aerei, delle auto, delle abitazioni moderne dotate di tubature, illuminazione e riscaldamento.

È ovvio che i politici e la classe dirigente non possano annunciare a consumatori e imprese che debbono rassegnarsi a bassi tassi di crescita, alla disoccupazione conseguente e a stili di vita più moderati. Ma in assenza di una presa di coscienza di questi fenomeni, il rischio è che i cittadini cedano alle chimere del populismo e chiedano ai governanti di adottare politiche economiche e monetarie troppo espansive rispetto alle potenzialità reali del sistema economico, creando le premesse per pericolosissime bolle sia finanziarie che immobiliari o di capacità produttiva.

L’unica via di uscita è quella di effettuare investimenti grandiosi nel campo della ricerca, mirati a quei settori che diano le maggiori garanzie di produrre tecnologie disruptive in tempi ragionevoli, magari entro dieci anni. Molte sono le tecnologie oggi in via di finalizzazione tecnica ma ancora lontane dalla commerciabilità: robotica, stampanti 3D, genomica,internet of things, nuovi materiali, energie rinnovabili, sono tutti esempi di aree su cui investire pesantemente... e bene ha fatto il governo Renzi a lanciare Human Technopole, lo spazio di Expo che sarà utilizzato da un pool di Università italiane sotto la guida organizzativa dell’Istituto Italiano della Tecnologia, e a finanziarlo con 150 milioni di euro l’anno per i prossimi dieci anni. Ma la domanda da porsi è: basterà? O sarebbe bene moltiplicare il numero di queste iniziative anche in altre parti del paese?

*EconPartners Oxford Economics