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Gran Bretagna verso la recessione

L'effetto Brexit sta iniziando a colpire l'economia reale. Atteso taglio dei tassi di un quarto di punto. 

di Daniela Braidi |

Il referendum sulla Brexit sembra lontano e superato. Gli scenari apocalittici descritti da certi analisti non si sono verificati. Il passaggio di consegne a Downing Street - con l’addio di Cameron e l’arrivo della May - si è svolto in maniera veloce e composta. Insomma, a poco più di cinque settimane dalla consultazione popolare che ha avviato ufficialmente la procedura di uscita dall’Europa della Gran Bretagna, tutto sembra tranquillo.

Eppure potrebbe trattarsi della classica quiete che precede la tempesta. Più passa il tempo, più gli indici macroeconomici si tingono di colori cupi facendo addirittura presagire un’inevitabile fase recessiva per l’economia di Sua Maestà. Quanto sarà profonda la recessione e quanto inciderà sul resto dell’economia europea e mondiale sono le domande a cui gli analisti stanno cercando di dare una risposta.

Gli ultimi dati sono preoccupanti. La fiducia dei consumatori a luglio è scesa di 11 punti, il crollo mensile più ampio degli ultimi 26 anni. Brusca frenata anche sul fronte dell’attività industriale. La lettura definitiva del PMI manifatturiero indica un’ulteriore contrazione a 48,2 rispetto al 52,4 di giugno: si tratta del livello più basso degli ultimi tre anni. E gli economisti insegnano che una lettura dell’indice sotto il livello di 50 indica che l’economia sta andando incontro a una fase recessiva. La caduta del PMI manifatturiero ha interessato soprattutto la componente domestica degli ordini e la produzione (47,8). Le imprese britanniche hanno infatti segnalato un netto aumento delle pressioni dal lato dei costi non salariali, conseguenza diretta della forte svalutazione subita dalla sterlina prima e dopo il referendum. Anche nell’area euro il PMI manifatturiero è calato in luglio passando da 52,8 a 52,0, restando quindi sopra la soglia di 50 punti.

Situazione analoga per il PMI servizi, laddove i servizi contribuiscono per l’80 per cento alla formazione del Pil della Gran Bretagna. Un segnale ancora più esplicito in base al quale difficilmente nei prossimi mesi vedremo crescere l’economia di Sua Maestà.

Ma c’è di peggio. Il settore finanziario e quello immobiliare, ovvero i due perni centrali dell’economia britannica, sembrano sempre più deboli. Un sondaggio di Deloitte indica che la maggioranza dei direttori finanziari conta di ridurre investimenti e assunzioni quest’anno in seguito alla Brexit. Un altro report firmato da Ernst Young prevede un calo dei prestiti dell’1 per cento quest’anno e del 2 per cento nel 2017 mentre Merrill Lynch stima una contrazione del 10 per cento dei prezzi degli immobili residenziali che si farà sentire soprattutto a Londra, dove maggiore è stato l’apprezzamento del mattone negli ultimi anni. Considerando inoltre l’elevato debito privato britannico che si avvale come garanzia proprio del valore degli immobili, i timori si amplificano.

Per questo il mercato è ormai convinto che giovedì la Bank of England procederà a un taglio dei tassi d’interessi di un quarto di punto portandoli allo 0,25 per cento, livello storico più basso mai visto nei 300 anni di storia della banca centrale. A dire il vero alcuni analisti si aspettavano già un taglio nella scorsa riunione del 14 luglio, ma allora forse erano troppo pochi gli elementi a disposizione per delineare il nuovo quadro macroeconomico. Nonostante questo stimolo all’economia, Scotiabank ha recentemente rivisto le stime sul Regno Unito indicando una lieve recessione per i prossimi trimestri e un Pil pari a zero nel 2017 correggendo in quest’ultimo caso la precedente previsione di una crescita del 2 per cento per l’anno prossimo.