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Primo scivolone per Theresa May

Aspre critiche al neo premier inglese per la nomina di Boris Johnson agli esteri.

di Daniela Braidi |

La comunità internazionale saluta la nomina di Boris Johnson, l’ex sindaco di Londra favorevole alla Brexit, alla carica di ministro degli Esteri del nuovo governo di Theresa May “con un mix di paura e disorientamento”. Lo scrive, senza tanti giri di parole, The Guardian, il più autorevole quotidiano britannico. La lunga lista di gaffes internazionali che ha accompagnato la carriera politica di Johnson non fa presagire nulla di buono quando quest’uomo dovrà viaggiare per il mondo rappresentando la Gran Bretagna nelle sedi diplomatiche e quando dovrà sedersi al tavolo a negoziare con i leader della terra. Toccherà infatti a Johnson trattare l’uscita del Regno dall’Unione europea, sebbene la May abbia affidato a David Davis, ex presidente dei Conservatori, la guida del nuovo ministero per la Brexit che si dovrà appositamente occupare di portare a termine il divorzio dall’Europa.

L’attenzione si sposta allora sulla nuova inquilina di Downing Street. C’è chi pensa che l’aver nominato Johnson agli esteri abbia già indebolito la figura della May e il suo esecutivo prima ancora di iniziare a governare. Il leader dei verdi inglesi, Anton Hofreiter, avverte che questa nomina “solleva dubbi sull’effettiva competenza del nuovo premier” e ancora più pesante è il giudizio del partito democratico liberale secondo cui “la May ha perso credibilità 90 minuti dopo essere stata nominata premier”. “Probabilmente il primo atto di Boris Johnson come ministro degli esteri sarà scusarsi con il presidente degli Stati Uniti e tutti gli altri leader” per le battute poco lusinghiere a loro rivolte in passato, ha esordito il leader dei Lib Dem, Tim Farron.

Era abbastanza chiaro a tutti che Boris Johnson sarebbe stato ricompensato con un incarico di alto livello nel nuovo esecutivo dopo il suo ritiro dalla corsa alla successione di Cameron - un ritiro che ha spianato la strada alla May che nel giro di pochi giorni si è ufficialmente insediata a Downing Street - ma nessuno si aspettava di vederlo agli esteri.

Instancabile e pragmatica, la nuova premier britannica sta andando di corsa. Dopo aver incontrato la regina per il passaggio di consegne, ieri ha tenuto il suo primo discorso davanti all’iconica porta di Downing Street e ha presentato la lista dei suoi ministri, consacrando la totale rottura con il precedente governo Cameron.  

Il nuovo corso inaugurato dalla May mette al centro la giustizia sociale. Guardando fissa le telecamere si è rivolta direttamente a chi soffre e non riesce ad arrivare a fine mese. In un paese spaccato a metà sulla questione Brexit, logorato dal problema immigrati e con crescenti tendenze all’intolleranza, la May ha promesso di essere “one nation premier”. Ha promesso di fare della Gran Bretagna “un paese che lavora non per i privilegiati, ma per ciascuno di noi”, confermando che la Brexit apre le porte a nuove opportunità per la nazione.

A tre settimane dal referendum sulla Brexit, la Gran Bretagna ha un nuovo governo ed è pronta a voltare pagina. Le sfide che dovrà fronteggiare la May difficilmente troveranno soluzioni altrettanto veloci. Dovrà agire su più fronti: ricompattare la società, risollevare l’economia, rilanciare l’unità dei Conservatori, negoziare l’uscita dall’Europa e ridefinite il ruolo internazionale del paese. Una cosa è certa: dopo il discorso di ieri, si è capito che la May è su posizioni che più distanti non potrebbero essere da quella della Thatcher.

Il nuovo premier ha puntato il dito sulle multinazionali, che devono pagare le giuste tasse, e sugli stipendi eccessivi dei manager. Crede profondamente in una giustizia sociale e intende combattere contro l’”ingiustizia bruciante” che pervade il paese: “se sei nato povero, morirai in media nove anni prima degli altri, se sei nero sarai trattato in maniera diversa dal sistema giudiziario, se appartieni alla classe lavoratrice avrai meno probabilità di chiunque altro di andare all’università, se sei una donna guadagnerai meno di un uomo”.    

Giudicare un premier dal suo discorso di insediamento è però fuorviate e riduttivo. Gli osservatori politici concordano sul fatto che il vero campo su cui dovrà misurarsi la May sarà la Brexit e, quindi, l’economia. Sul primo punto la May ha già detto che “Brexit significa Brexit”, escludendo qualunque ipotesi di ripensamento sull’esito del referendum di giugno. Ma nel suo discorso di ieri ha un po’ sviato l’argomento. Bisognerà quindi aspettare le prossime mosse su questo fronte e soprattutto vedere come e se il nuovo ministro per la Brexit, David Davis, riuscirà a contenere e limitare il peso dell’imprevedibile Boris Johnson nelle trattative per l’uscita dall’Europa.