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L'Europa che non ci sarà

Invece di cedere sovranità, in ogni Stato ci sono movimenti che chiedono il ritorno alla sovranità piena.

di Giuseppe Turani |

Sull’onda dei risultati del referendum inglese vedo che sta partendo un grande dibattito: per salvare l’Europa bisogna fare l’Europa politica. Nella discussione sono impegnati anche opinion maker di grande livello.

Ebbene, si tratta di un dibattito del tutto inutile: l’Europa politica non c’è e non ci sarà per molto tempo ancora.

E non è difficile capire perché. Se vuoi un’Europa politica, cioè con un governo “Continentale” che decide per tutta la collettività, devi avere degli Stati nazionali disposti a cedere sovranità. In parte questo già accade, soprattutto in materia di bilanci pubblici, che devono comunque avere un visto da Bruxelles. Ma resta il fatto che, una volta rispettati i parametri fondamentali (o quasi), i singoli Stati possono giocarsela un po’ come vogliono: più imposte dirette, più imposte indirette, più strade e ponti, più fibra ottica, più scuole e meno assistenza o viceversa.

Bene, la mia sensazione è che andare al di là di tutto ciò, di ciò che già c’è, sia molto difficile. Nessuno oggi ha voglia di cedere altra sovranità. Anzi, quasi in ogni paese ci sono movimenti che predicano il ritorno a una sovranità piena (e addirittura a una moneta nazionale).

E Bruxelles non ha certo l’autorevolezza o la forza per contrastare tutto ciò. Al massimo può cercare di difendere quello che già esiste.

In realtà, si potrebbe fare qualche piccolo, ma significativo, passo in avanti. Ad esempio, unificando le strutture di difesa (eserciti) e quelle di intelligence (cosa molto utile in tempi di terrorismo).

Ma non credo che se ne farà mai niente. Vi vedete la Francia che rinuncia al comando dei suoi jet e che deve andare a chiedere a Bruxelles per poter bombardare qualcuno (Libia, ad esempio)? Assolutamente no. E così fanno gli altri.

L’intelligence sembrerebbe la scelta più ovvia, fra le cose da mettere in comune, soprattutto di questi tempi. Ma anche qui le gelosie “nazionali” bloccano tutto. Ognuno vuole avere i suoi canali, i suoi contatti, e pensa comunque di essere più bravo degli altri, anche se non è vero.

I terroristi che hanno fatto il macello nella discoteca francese sono stati identificarti non dai francesi, ma dai servizi marocchini, che poi, per ragioni ignote, hanno passato l’informazione ai nostri servizi (evidentemente c’è più confidenza). E i nostri servizi, alla fine, hanno informato i francesi.

Questi pochi esempi per dire che siamo assai vicini, già oggi, alla massima integrazione europea possibile in queste circostanze storiche. E quindi si tratta di non fare fughe in avanti e di migliorare quello che comunque già esiste (che non è poi così poco: moneta unica, libera circolazione merci, persone e capitali, visione comune dei conti pubblici).

Segnalo, infine, una questione grande come una casa. I vari paesi europei sono indebitati in misura molto diversa. Fare un’Europa politica (con un solo governo continentale) significa mettere insieme tutto: anche i debiti. E questa è una richiesta che in Italia (ad esempio la Fiom di Landini) già avanza. Il perché è evidente: se si riuscisse a scaricare sull’Europa il nostro debito, poi ci sarebbe spazio per interventi sociali, nazionalizzazioni, aumenti agli statali ecc. Insomma, la solita pacchia.

Ma è altrettanto evidente che nessun stato europeo è così pazzo da portarsi in casa il nostro debito. E quindi ognuno rimane padrone a casa sua e ognuno deve cercare di fare i compiti a casa che riesce a fare.

Per il nostro debito, che è grande, troppo grande, ci saranno novità dopo le elezioni politiche generali. Chiunque le vinca.