Uomini&Business - Direttore Giuseppe Turani

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Vittorio Merloni, un uomo buono

Presidente di Confindustria, la passione per le Ferrari.

di Giuseppe Turani |

Due cose mi univano in modo speciale a Vittorio Merloni, l’ex presidente della Confindustria scomparso a 83 anni. Il fatto di essere nati quasi nello stesso giorno (29-30 aprile) e il fatto che tutti gli amici suoi, alla fine, erano anche amici miei e viceversa. E c’era anche un terzo elemento: entrambi ragazzi di provincia.

Infine, la comune passione per le Ferrari. Appena Maranello sfornava un modello nuovo, lui correva a provarlo sulla loro pista. Una volta, credo con un F5, si è anche rovesciato sul prato (ma guidava il collaudatore e non si sono fatti niente). Le Ferrari le collezionava (io le guardavo, qualche volta Luca me ne faceva provare qualcuna, ma non ne ho mai posseduta una).

Non meraviglia quindi che per i suoi 70 anni, grande festa a Fabriano, i suoi operai (gli stessi che lunedì formeranno il picchetto d’onore che scorterà la sua bara fino al cimitero) abbiano deciso proprio di regalargli una Ferrari. E non una qualunque: quella con cui Schumacher aveva vinto il campionato del mondo nel 2002 (ma senza il motore, rimasto a Maranello).

Fra le tante cose che si sono scritte di lui in questi giorni c’è il fatto che avrebbe individuato nella realtà produttiva italiana un soggetto particolare: la multinazionale tascabile. Un’azienda, cioè, di medie dimensioni ma organizzata secondo lo stile delle grandi multinazionali.

Posso testimoniare, perché ero lì, che la scoperta non è stata difficile: la multinazionale tascabile era Vittorio Merloni stesso. Per capire quanto questo uomo è stato grande, basta riflettere su questo. La base della Merloni, poi Ariston, poi Indesit, è sempre stata a Fabriano, un piccolo paese nelle Marche. Ma sulle scrivanie delle impiegate nel salone della contabilità c’erano bandierine diverse: quella francese, quella inglese, quella tedesca, quella russa, quella turca. Ogni ragazza gestiva un paese diverso.

Il cuore dell’azienda non si è mai mosso dalle montagne di Fabriano, ma c’erano stabilimenti del gruppo ovunque: Portogallo, Francia, Inghilterra, Turchia, Russia. Persino ai cinesi aveva veduto 3-4 impianti. A Mosca aveva una delegazione fissa di gente straordinaria: mi è capitato di girare una sera con loro nella capitale russa e la conoscevano meglio di Miano o Roma.

La genialità di Vittorio è stata appunto questo questa: anche con dimensioni non straordinarie (20 mila dipendenti nel momento di maggior splendore) aveva capito che doveva organizzarsi come una Fiat, una Pirelli, una General Motors. E lo aveva fatto.

I suoi uomini migliori erano sempre in giro, in Europa e i Asia, alla ricerca di occasioni e affari.

Ma lui che tipo era? Basta guardare le fotografie che girano in questi giorni sui giornali: molto sereno, sempre. L’importante era andare avanti.

Quando a Pordenone va in crisi l’altro grande gruppo italiano di elettrodomestici ”bianchi”, lui si precipita per rilevarlo e diventare subito uno dei maggiori in Europa. Ma viene bloccato dalla Fiat, che non lo vuole così grande e a cui forse non sta nemmeno tanto simpatico perché troppo indipendente. Vittorio non apre una polemica, sta zitto e lavora: qualche anno dopo rileverà, proprio a Torino, la Indesit, e fa il salto di dimensioni che voleva.

Un uomo molto sereno, ma con un certo coraggio. Ricordo un’assemblea annuale di Confindustria, dove lui doveva tenere il discorso d’apertura. C’era un governo Spadolini (un amico). I collaboratori gli preparano un testo in cui dicono che Spadolini è un inconcludente. Ma aggiungono: “Vittorio, se non vuoi, questa parte la togliamo, è un po’ delicata”. E lui: “Non ci penso nemmeno, questo è un governo inconcludente e allora diciamoglielo”.

La stessa stoffa di uomo sereno, ma non titubante, viene fuori quando si tratta di dare la discetta unilaterale della scala mobile. Il vertice della Confindustria, che è fatto di furbi, allora come adesso, lascia a lui, il presidente, la decisione finale, che sarà sua e solo sua. Ha contro autorevoli esponenti del mondo imprenditoriale, ma alla fine decide e una mattina fa partire i motociclisti con le lettere di disdetta dirette ai sindacati.

Cosa dire ancora di quest’uomo che aveva saputo capire che gli italiani volevano, finalmente, un po’ di comodità in casa, cioè degli elettrodomestici? Aveva case quasi ovunque (Milano, Roma, Londra e New York) ma a Fabriano aveva comprato una frazioncina con tanto di piazza: lì c’era la sua casa e intorno alla piazza quelle dei suoi quattro figli, un clan che più clan non si può. La sua famiglia è sempre stata democristiana, il papà senatore e il fratello Franco deputato (e ministro con Ciampi). Ma quando la figlia maggiore, Maria Paola, ha scelto di fare politica “a sinistra”, nel Pd, non ha fatto una piega. Anzi, era molto orgoglioso e subito le ha messo a disposizione i suoi molti amici per aiutarla.

Vittorio era un uomo fatto così: serenamente convinto che alla fine tutti possono dare una mano a fare qualcosa di buono. Con lui abbiamo perso un bravo imprenditore, ma soprattutto una brava persona.

Purtroppo, non sarà qui il prossimo 29 aprile per festeggiare il nostro compleanno.

(Da "Tiscali.it" del 19 giugno 2016)