Uomini&Business - Direttore Giuseppe Turani

Pubblicità

La giungla giustizia, disboscare

Troppi reati penali che tali non sono, procedure lentissime. Processi infiniti. Come rimediare.

di Giuseppe Turani |

Fra le mie varie disavventure giudiziarie una è stata particolarmente divertente. Qualche anno fa mi arriva a casa un plico pieno di timbri e con un’aria molto ufficiale. Con pazienza leggo e scopro che si tratta di un’assoluzione decisa dal tribunale. Lieto, ovviamente, cerco di capire da quale grana sono uscito indenne. Alla fine scopro che si trattava di una querela che mi aveva fatto Ortolani della P2 e che il tribunale aveva giudicato inconsistente.

Il tutto, però, risaliva a ben quindici anni prima. Quindici anni sono un bel pezzo della vita di una persona. Forse troppi per decidere su una querela.

Mi è tornato in mente questo episodio perché ragionando di giustizia quello dei tempi è forse il primo problema, poi ci sono il secondo, il terzo, il quarto, e avanti così.

1- Per la questione dei tempi non si risolverà mai niente se non si faranno almeno due cose. E cioè sfoltire il codice penale, che oggi è pieno di quelli che i giuristi chiamano “reati bagatellari”, cioè roba che si può risolvere con un’ammenda e poche discussioni. Invece oggi tutti questi reati danno lavoro a migliaia di avvocati e di giudici che perdono il loro tempo intorno a questioni inutili. Così, però, si ingombrano i tribunali e le cause importanti finiscono in coda a questa massa di cretinerie e passano  dieci, quindi anni. Ci vuole quindi coraggio e depenalizzare con un’accetta molto robusta il codice penale.

Ma non basta. Bisogna mettere mano anche al codice di procedura penale. Non sono un giurista e quindi qui mi fermo. Ma basta essere stati mezza giornata in un nostro tribunale per capire che forse siamo rimasti fermi all’800: tutto procede con una lentezza che ti viene da pensare che fuori ci siano ancora le carrozze con i cavalli. Anche qui qualcosa si può fare.

2- Intercettazioni. Discussione eterna. Mi sento di stare dalla parte estrema di Carlo Nordio: sui giornali non si pubblica nemmeno mezza riga. Pensate che salto di civiltà. Gli inquirenti, se proprio ci tengono, ascoltano, poi, se sono bravi, fanno le loro indagini, e infine i processi, con le prove e le testimonianze. E le intercettazioni? Sparite, nel cesso.

Provate a immaginare che salto di civiltà. Basta confessioni privatissime date in pasto sui giornali in tv. Se io, in uno scatto d’ira, ho detto alla mia fidanzata che mi ha rotto, questo rimane fra me e lei. E non finisce fra le carte di un processo pubblico. E anche se ho detto che il tal ministro, secondo me, prende delle mazzette, resta un mio sfogo privato (anche perché di solito non so niente di preciso). Provate a immaginare un mondo dove le intercettazioni si fanno, anche più di oggi, ma servono solo agli inquirenti per avviare le loro indagini, poi scompaiono e non torneranno mai più. I processi si faranno quindi sui fatti e non sui pettegolezzi carpiti al telefono. Decisone grossa, ma un salto in avanti nella civiltà dei rapporti molto grande.

3- Separazione delle carriere. Anche qui discussioni infinite. Ma, forse, bisogna andare anche oltre. Stabilito che esiste una magistratura inquirente e una che valuta la consistenza delle prove da questa trovate (ancora prima del processo vero e proprio), la seconda deve essere distinta nettamente dalla prima. Non dovrebbero nemmeno conoscersi e dovrebbero lavorare addirittura in un altro edificio. Se un Pm manda una richiesta di arresto, sa lui e sanno i cittadini, che dall’altra parte ci sarà un magistrato che farà le pulci ossessivamente alla richiesta del Pm (questa sarà infatti la sua specializzazione e la sua missione). Se il Pm vuole vincere, dovrà quindi sforzarsi per essere molto, ma molto, convincente. In sostanza, la magistratura inquirente fa tutto quello che vuole, intercetta, pedina, sequestra carte: ma tutto questo finisce sul tavolo di un giudice collocato altrove che valuta e autorizza o meno i successivi passi (arresto eventuale, rinvio a giudizio, ecc.). Sono due mestieri diversi: il giudice, in sostanza, deve funzionare un po’ come garante del cittadino e non come amico del Pm (versione attuale).

4- Immunità parlamentare. Va rimessa nella formulazione estesa originaria dei padri costituenti. Anzi, rafforzata (ad esempio, va estesa a tutti i membri del governo che non siano parlamentari). Il giudizio sulle eventuali malefatte dei politici deve essere politico. In caso di condanna “politica”, il reo verrà poi affidato al braccio secolare della giustizia corrente, che provvederà al processo e alle pene previste dai codici. In tempi di giustizialismo imperante una decisione del genere potrebbe sembrare assurda (e infatti non verrà mai adottata), ma consentirebbe un lavoro più sereno delle assemblee parlamentari. Molto più sereno. La giustizia  inquirente, in sostanza, può fare quello che vuole ma prima di prendere provvedimenti (intercettazioni, ecc.), deve presentare delle prove convincenti. L’immunità parlamentare fu introdotta non per garantire ai parlamentari il diritto di delinquere, ma per mettere gli organi elettivi al riparo dalle interferenze del re e per rendere i parlamentari un potere autonomo e sovrano (in rappresentanza del popolo). Oggi il re non c’è più, ma ci sono altri poteri in concorrenza con le assemblee parlamentari. Organi che spesso (dai giornali alla magistratura) non hanno mai una verifica elettorale o qualcuno “sopra” che valuta il loro comportamento. Si vivrà in una società più serena e in presenza di autentica divisione dei poteri.