Uomini&Business - Direttore Giuseppe Turani

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Mille giorni per rinascere

In tre anni e con 150 miliardi il paese può uscire dalla palude. Ma servirebbe un parlamento che non c'è: meno matti e più  riforme.
(Nella foto: Matteo Renzi e signora)

di Giuseppe Turani |

Stagione di paradossi. Gli italiani non spendono abbastanza: una volta sarebbe stata una grande qualità, oggi è una specie di maledizione per cui fra un po’ chiamano gli esorcisti. L’inflazione sta sotto lo zero: magnifico. Non, anche questa è una maledizione. Se gli italiani spendessero di più, forse salirebbe anche l’inflazione e così i signori con la tonaca e le loro formule magiche potrebbero stare a casa. Invece, si constata con sgomento che gli italiani hanno aumentato il totale dei loro risparmi.

L’unica cosa che comprano, sembra, sono le automobili. Ma perché, si spiega, ormai giravano su dei catorci. Quindi il comportamento standard sarebbe questo: si va dal concessionario, si ordina la macchina nuova e poi quello che resta va in banca o sotto il materasso.

Stabilito ciò, ci si domanda: ma perché non spendono, cosa si può fare per farli diventare meno risparmiosi?

Le risposte, come sempre, non sono difficili. Gli italiani, anche se c’è un po’ di ripresa, non spendono perché non si fidano. Non si fidano dell’economia perché ogni giorno dicono loro che potrebbe arrivare uno tsunami. Non si fidano della politica (di chi gestisce le cose) perché il quadro è sempre più incasinato, quasi incomprensibile.

Se la situazione è questa, i rimedi ne discendono come una pura conseguenza logica.

Il primo punto potrebbe essere la politica. Fino a quando mezzo parlamento sarà in mano a pazzi scatenati (adoratori di sirene, teorici del vaffa, o aspiranti picchiatori di immigrati, un barnum senza eguali in Europa) perché mai la gente dovrebbe fidarsi e correre a cambiare il soggiorno? E qui si entra nel paradosso del pazzo. Il pregiudicato genovese fa il pazzo (mi do fuoco se la Raggi non vince a Roma), la gente si diverte un mondo, ma ovviamente si tiene i soldi in tasca: fosse mai che questo matto vince davvero. Il paradosso è che il pregiudicato genovese è il principale ostacolo su una sua eventuale partecipazione al governo di qualsiasi cosa. Va bene fino a quando sta in piazza e in tv a dire cretinate e a divertire. Ma, per prudenza, la gente tiene le mani sul portafoglio, non spende: magari domani Di Maio va davvero a palazzo Chigi.

La seconda questione è più seria. Si tratta infatti di soldi.

Con questa pressione fiscale e con questa enorme macchina pubblica è illusorio sperare di avere crescite dignitose. Quando va bene, se si è stati molto bravi e molto attenti, si fa l’1 per cento all’anno di aumento del Pil. Troppo poco. Non solo: a questi livelli c’è il rischio che saltino tutti i parametri di contabilità nazionale: il che comporterebbe, obbligatoriamente, a nuove imposte o a tagli molto duri nel welfare state.

Esiste una via d’uscita? Esiste. E’ pericolosa e difficile, ma esiste. E c’è un tempo lungo e un tempo breve.

Nel tempo lungo chi guida il paese dovrebbe aver presente una regola d’oro: meno Stato e meno tasse. In concreto, bisognerebbe varare un piano per dimezzare questo Stato nel giro di una decina d’anni.

Nel tempo breve c’è da fare una specie di triplo salto mortale. Bisogna sforare i liniti Ue, ma alla grande. Non dello 0,5 per cento. Bisogna sforare del 3 per cento all’anno: circa 50 miliardi di spesa in più del consentito, fuori legge. Se si fa questo per tre anni di fila, si arriva a un totale di 150 miliardi per nuovi investimenti e per rimettere in sesto il paese.

Ma, si dirà, di fronte a una decisione del genere qui arrivano non solo la troika, ma forse anche i marines e le teste di cuoio tedesche. Non si può fare.

Invece si può. Bisogna, in parallelo, avere un piano di investimenti dei 150 miliardi che abbia un senso e un piano di riforme che tendi a riportare tutto in equilibrio allo scadere dei mille giorni. Come ulteriore garanzia si potrebbe offrire a una specie di troika da nominare il controllo, giorno per giorno, degli investimenti e delle riforme, come prova della nostra buona fede e della nostra voglia di cambiare.

Capisco però l’obiezione che verrà fatta fra dieci secondi: oggi in Italia nessuno, con un parlamento di mezzi matti, ha l’autorevolezza per varare una mossa così coraggiosa.

Devo ammettere che l’obiezione è fondata: se non cambia la situazione politica non si può fare niente. E la politica ha i suoi tempi. Allora, staremo ancora un po’ in stand by. Mi spiace.