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No petrolio, no gas, sporcano

Il referendum NO-TRIV non si occupa minimamente di trivelle. l'unica cosa a cui punta è stabilire che il petrolio e il gas sottoterra rimangano dove si trovano perché così piace agli ambientalisti più estremi.

di Giuseppe Turani |

Il vecchio Cuccia, che era un uomo saggio, sosteneva che ci sono almeno due modi per perdere il proprio tempo (e il proprio denaro): gli ingegneri e i giornali. Adesso possiamo aggiungerne un terzo: le trivelle. La questione dovrebbe essere nota, ma non è così. Mesi fa un gruppo di governatori di regioni (con quello pugliese alla guida) si mette in tesata di chiedere un referendum in materia di energia.

Poiché la legge lo consente, non raccolgono nemmeno una firma: bastano le loro. Mettono nero su bianco sei quesiti. Cinque di questi vengono  bocciati dalla Cassazione perché nel frattempo la legge (cioè il parlamento) ha regolato le questioni in oggetto. I governatori rimangono quindi con un solo, misero, quesito da infilare nella scheda per il referendum (fissato per il 17 aprile).

Il quesito sopravvissuto è una scemenza a tutti gli effetti. Ma loro non si perdono d’animo. E si inventano che questo è un referendum contro le possibili trivellazioni nei nostri mari (per estrarre petrolio o gas). Le trivellazioni sarebbero un danno infernale per il mare, il turismo, il paesaggio, ecc. Quegli orrendi tralicci che spuntano dal mare e che, per di più, movimentano petrolio o gas. E se c’è un incidente? Orrore, meglio non pensarci nemmeno.

Per fortuna è partito il referendum NO-TRIV e quindi fra un po’ saremo fuori pericolo e i mari saranno salvi.

Nell’eccitazione della battaglia ci scappa anche un gaffe spaventosa. E’ quella della pubblicità NO-TRIV. Si vede una signora chinata e da dietro una trivella che cerca di penetrarla. Lo slogan, molto fine, dice: trivella tua sorella. La foga della battaglia ecologista è talmente tanta che una quantità impressionante di frequentatori dei social network fa diventare virale questa roba orrenda. Fino a quando qualcuno fa notare l’infinita volgarità della faccenda e di colpo “Trivella tua sorella” scompare. Un primo risultato (l’unico, purtroppo) viene così raggiunto.

Per il resto la battaglia, del tutto inutile, prosegue indomita, con pressanti inviti a andare a votare per far passare il referendum. Infatti c’è la concreta possibilità che esso non raggiunga nemmeno il quorum previsto dalla legge, e che quindi vada tutto in fumo. E questo spiega probabilmente l’agitazione dei vari NO-TRIV, attivissimi sui social network.

In realtà, è tutto tempo perso, con qualche grossa bugia. Il referendum si è autobattezzato NO-TRIV: votatelo e non ci saranno più trivellazioni nei nostri mari, questo è il messaggio. Completamente falso. Ma in modo così clamoroso che non si capisce perché non diventino tutti rossi di vergogna (governatori compresi, che sono all’origine di questa ridicola pochade).

Infatti, già oggi le trivellazioni in mare sono proibite dalla legge: entro le 12 miglia dalla costa (fin dove arriva la nostra sovranità) non si possono scavare buchi nel mare. Lo stabilisce una legge non regionale, ma dello Stato, chiarissima e che non ammette eccezioni.

Ma allora il referendum NO-TRIV cosa vuole? Non essendoci più materia del contendere, hanno ripiegato su una cosa che apparentemente ha un senso, ma che invece è un’altra gaffe (intorno alla quale hanno lavorato una decina di governatori delle regioni italiane). In sostanza, oggi la legge consente che un giacimento esistente e in funzione (anche entro le 12 miglia) possa continuare a estrarre gas o petrolio fino a esaurimento di quello che c’è sottoterra. Il famoso referendum chiede che invece allo scadere delle concessioni i pozzi vengano chiusi, lasciando sottoterra quello che eventualmente c’è ancora.

Solo i promotori del NO-TRIV non si rendono conto dell’assurdità e della comicità di una cosa del genere. C’è un pozzo che funziona da anni, e che non ha fatto nessun danno, che ha tutte le misure di sicurezza (molto severe in Italia), sotto c’è ancora gas o petrolio, ma siccome la concessione è scaduta (perché era per tot anni e non per l’eternità), si chiude tutto e si va a casa.

Gas e petrolio, se ci sono, restano sottoterra. Perché? Non si sa. Giusto per dare una soddisfazione a un pugno di governatori e ai più arrabbiati fra gli ambientalisti. Non esiste nessuna altra ragione per chiudere d’autorità dei pozzi ancora produttivi, e che non hanno  mai fatto danni, se non la follia green.

Follia che nelle sue frange più estreme (e sciocchine) si spinge a dire: ma perché il limite delle 12 miglia? A dodici miglia e un metro si possono fare pozzi? Sbagliato. Si è fissato il limite delle dodici miglia non per fare un favore ai trivellatori, ma perché fin lì arriva la nostra sovranità. E’ una comica. Se il limite fosse 32 miglia direbbero la stessa cosa. In qualche modo, però, la giustificano: noi vogliamo che il nostro mare (il Mediterraneo) rimanga pulito e bello. Non vogliamo correre pericoli.

Giustissimo. Però in Italia il petrolio si usa, e come (anche perché 25 anni fa il nucleare è stato bocciato, da queste stesse persone). E quindi il Mediterraneo è solcato notte e giorno da immense petroliere. Pericolose? Qualche volta è successo. Un pozzo sicuro non va bene. Delle petroliere immense sì.

E’ quindi evidente che si vive in mezzo al pericolo: ogni trivella che cancelli è una petroliera in più che attraversa tutto il mare.

Da qui si capisce la confusione di certi ambientalisti. In realtà, non vorrebbero niente. Solo pannelli solari e pale eoliche (che sono la peggior cosa inventata dall’uomo). Purtroppo un paese a discreta industrializzazione e a discreta  concentrazione urbana come l’Italia non può funzionare a pale e a pannelli. Non lo sta facendo proprio nessuno, su questo pianeta.

In conclusione, il 17 aprile si andrà a votare un referendum (300 milioni di costo) per dire, eventualmente, sì alla chiusura anticipata di pozzi che mai hanno provocato una lamentela e che in compenso ci hanno fornito un po’ di gas.

Il perché l’ho già spiegato. Per soddisfare l’ego di un pugno di governatori e le ansie di un certo numero di ambientalisti confusi.