Uomini&Business - Direttore Giuseppe Turani

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Qui scappano tutti

I grandi gruppi italiani cercano alleanze fuori casa, e questo solleva polemiche. Ma dall'estero non arriva nessuna multinazionale. Tutti evitano accuratamente l'Italia. Forse non siamo un paese adatto all'industria. Perché?

di Giuseppe Turani |

di Giuseppe Turani

Intorno all’affare Pirelli-Cinesi sono circolate molte imprecisioni e molte polemiche del tutto inutili. I sindacati, ovviamente protestano (ma lo fanno sempre). Altri addirittura invocano leggi speciali per impedire agli “stranieri” di comperare aziende italiane. Altri, meno buoni, sostengono che l’operazione è stata fatta da Marco Tronchetti Provera per fare un po’ di soldi e per rimanere comunque alla testa del gruppo.

E’ evidente che si tratta di stupidaggini. La Pirelli è forse l’ultima multinazionale italiana, ma non ha mai avuto le dimensioni (e il capitale) per stare in modo efficiente sul mercato dove si trova. Tanto è vero che tutta la storia della Pirelli è una continua ricerca di un partner, a partire dalla Dunlop (chi se ne ricorda più?) per finire al fallito assalto alla tedesca Continental, dove la società milanese perse una montagna di denaro.

Forse vale la pena di ricordare che Tronchetti si trova alla guida del gruppo proprio perché suo suocero, Leopoldo Pirelli, che condusse l’assalto alla Continental, dopo l’insuccesso di quella operazione si dimise, passandogli il bastone del comando.

Tronchetti aveva, e non da oggi, una possibilità: vendere tutto a un gruppo concorrente, incassare i soldi e andarsene in barca. Invece ha scelto strade molto più tortuose. Prima l’accordo con i russi (che però lasciava a lui il controllo del gruppo) e adesso questo con i cinesi: il controllo resterà a lui, e quindi italiano, per almeno cinque anni.

Si poteva fare di più? Certo, forse. Ma non obbligare la Pirelli a stare com’era per legge, come qualche sciagurato va dicendo. Alla Pirelli serviva, non da oggi ma da decenni, un partner e non è detto che questo si potesse trovare alle condizioni di cui qualcuno parla. D’altra parte dall’Italia non sono arrivati capitali tali da consentire alla Pirelli di fare accordi in posizione di comando.

La Pirelli, quindi, finirà prima o poi in mani cinesi non per l’avidità (o l’incapacità) di Tronchetti, ma perché nel mercato globale mondiale ci si sta con certe dimensioni e non con altre.

In realtà, quelli che in questi giorni fanno polemiche su questo affare, si nascondono dietro l’accordo Pirelli-Cinesi per non affrontare un problema molto più serio: da questo benedetto paese scappano tutti e non arriva nessuno.

Le poche multinazionali che erano presenti hanno fatto fagotto, appena hanno potuto, e se ne sono andate, salvo qualche eccezione. Ma, soprattutto, non è arrivato nessuno. Prima ancora di Pirelli, la stessa Fiat (l’altro grande gruppo italiano) ha dovuto varcare i confini per sopravvivere. E non è nemmeno detto che basti. Prima o poi la stessa Fiat potrebbe essere obbligata a “condividere” la sua realtà con un altro grande gruppo automobilistico mondiale, diventando di fatto una public company controllata semplicemente dal mercato.

E allora si torna al punto di partenza. Qui il problema non è Tronchetti (come non era ieri Marchionne), ma è il paese, assai poco appetibile dai grandi gruppi industriali.

I perché sono noti. Sindacati corporativi e assai poco ragionevoli (La Fiat è stata trascinata in più di 50 tribunali dal sindacato). Una giustizia civile da paura. Una burocrazia che nemmeno Kafka poteva immaginare. Più, un potere politico pasticcione e che si vuole immischiare in qualsiasi cosa, non avendo responsabilità e nemmeno competenze.

L’Italia, insomma, è forse il “paese dei diritti”, ma tutto questo non aiuta lo sviluppo, Le grandi aziende se ne vanno (o non arrivano), abbiamo la disoccupazione più alta d’Europa e le paghe più basse. E più di due mila miliardi di debiti.

Tutta colpa di Tronchetti e di Marchionne?