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La decrescita infelice

Grillo sogna un mondo che non cresce più: in un paese con tre milioni di disoccupati questa è una teoria criminale. 

di GIUSEPPE TURANI |

Ci sono due parole che circolano nell’ambiente di Grillo e che hanno la potenza esplosiva della dinamite: decrescita felice. In realtà, queste due parole sono alla base un po’ di tutto il pensiero di Grillo (e di tanti altri ambienti intellettuali). I maestri della decrescita felice sono tanti e si perdono nel tempo, anche se oggi va di moda citare il francese Serge Latouche. Uno studioso abbastanza singolare che ha già fatto la sua decrescita personale: infatti vive molto sobriamente sui Pirenei in una casa da lui stesso riadattata.

La decrescita felice, in buona sostanza, consiste nel ridurre le nostre necessità e nel vivere di quello che è essenziale. L’obiettivo, quindi, non è più l’aumento continuo del Prodotto interno lordo e del benessere (come si usa ancora oggi), ma uscire progressivamente dalla società dei consumi. Quindi basta con la civiltà dell’automobile, basta (forse) con l’acqua calda e comunque no alle case troppo riscaldate, molte biciclette e pochissime automobili (che consumano e inquinano). Un ritorno, se volete un’immagine immediata, agli anni Cinquanta.

E’ curioso, poi, che a sostenere queste cose siano i seguaci di Grillo, tutti fanatici utilizzatori di smart-phone e Ipad e della Rete. Forse non sanno che la Rete è uno dei più tremendi divoratori di energia. E’ vero che singolarmente questi aggeggi consumano poco, ma nel mondo ormai sono miliardi e sono sempre in funzione. E dietro i piccoli smart-phone c’è un grande apparato tecnologico che copre tutto il pianeta. Per raffreddare server, router e data center servono migliaia di tonnellate di acqua.

Ma il punto non è questo. Il punto che in un paese, come l’Italia, con già tre milioni di disoccupati (in aumento, purtroppo), parlare di decrescita felice è come dire che vogliamo arrivare a cinque milioni di senza lavoro. Una bomba sociale tremenda. A meno di non prevedere un rimedio: portare la settimana lavorativa da 36 a 20 ore. Lavorando meno, si lavorerà tutti. Ovviamente, a parità di salario.

Rimane da capire, a questo punto, quale competitività avranno mai i nostri prodotti sui mercati internazionali. Nessuna. Così la decrescita felice si avvia a essere un’economia chiusa, sempre più povera e sempre più scomoda. Una specie di prigione francescana. Con i pomodori raccolti nell’orto (per chi ne ha uno) e il pane fatto nel forno a legna di casa.

Ma è possibile?

(Dal "Quotidiano Nazionale" del 7 marzo 2013)