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Immuni?

Pregi e difetti dell'applicazione. (Chiara Appendino)

di Ernesto Trotta |

Ho scaricato l’app Immuni, anche se il Piemonte non è tra le regioni che la stanno al momento sperimentando. Ero curioso di vedere come era fatta, di valutare la sua praticità, la grafica, la chiarezza dell’interfaccia. Dico subito che il mio giudizio, da profano, da utente, è positivo. Linguaggio semplice, diretto, senza astruserie informatiche o da smanettoni: ben indirizzata ad un pubblico vasto, non specialista, di ogni livello culturale. Sarà un limite ma, essendo un prodotto informatico, bisogna metterlo su un telefonino (in inglese: smartphone) che non sia antidiluviano, bisogna sapere più o meno dove pigiare con le dita, avere il collegamento ad Internet e bisogna perfino saper leggere l’italiano … ché stranamente non serve l’inglese.
 
Non voglio fare lo spiritoso o lo snob, ma devo registrare che negli ultimi giorni si è manifestata da più parti una certa diffidenza verso lo strumento, diffidenza a mio parere dovuta in molti casi a scarsa o nulla conoscenza dell’oggetto, alle volte invece a tentativi espliciti di boicottaggio. Sì, proprio boicottaggio, per quanto bizzarro possa sembrare.
Tra questi tentativi metto la presa di posizione nientemeno che del capo degli esperti nominati dalla Giunta Regionale del Piemonte, il quale ha esplicitamente invitato i cittadini a NON scaricarla, asserendo che essa non è “adatta al Piemonte”. Ha detto proprio così.
In effetti nell’app non ci sono “basta là! o mai più! esageroma nen, gavumse la nata”, né altre simpatiche e gergali allocuzioni di origine sabauda. Ma forse si pensava che ormai la lingua italiana fosse patrimonio acquisito anche dalla locale Giunta Regionale; già il Conte, quello di Cavour, si esprimeva in corretto italiano, tranne quando era da solo col Re, che comunque i suoi sforzi linguistici li aveva pure fatti (ricordavo giorni fa il famoso “grido di dolore” del 1859).
Però, però, Immuni non sarebbe “adatta al Piemonte”…; quindi una roba per abruzzesi, forti e gentili ma montanari e pecorai …, o pugliesi epigoni di Al Bano e Lino Banfi, o marchigiani, che “meglio un morto in casa che uno sulla soglia”, e liguri, sì anche i liguri, che si sa però sono una razza a sé, gestori di pensioni a Boghetto e Bergeggi, che parlano pure una specie di portoghese incomprensibile, …
Evidente che il Piemonte è un’altra cosa, almeno per i saggi del presidente Cirio.
Uno ci scherza su, però il capo-saggio ha fatto dichiarazioni ufficiali, le ha indirizzate al Presidente ed all’Assessore, e anche se l’imbarazzante notizia è subito scomparsa dal sito de “La Stampa”, è pur sempre una presa di posizione ufficiale.
Che ci sarà dietro (o sotto, o di lato)?
Senza pretesa di fare chissà che analisi, io una risposta, che sarà certamente sbagliata, me la sono comunque data e ve la sottopongo.
 
Partiamo da cosa fa la benedetta app Immuni.
Installata su uno smartphone, dicevo, appena moderno, usa una tecnologia ben consolidata che si chiama Bluetooth, che “sente” la presenza di un altro telefono dotato della stessa app e, se la vicinanza tra i due apparecchi è sotto i due metri circa e si protrae per almeno una decina di minuti, registra l’evento separatamente sui due apparecchi coinvolti. La registrazione rimane lì, non va da nessuna parte e non contiene alcun dato personale né di posizione di dove è avvenuto il contatto registrato. È totalmente anonima e rispetta la privacy di ognuno.
Nel caso una persona che ha attivato l’app dovesse risultare positiva al virus in un successivo controllo sanitario, la persona stessa, tramite il Servizi Sanitario, potrà decidere di inviare una notifica a tutti i contatti registrati sul telefono dall’app Immuni. Questi ricevono la notifica del potenziale rischio e con essa devono (non c’è alcun obbligo, ma è ovviamente loro interesse farlo) rivolgersi al Servizio Sanitario per procedere alle analisi ed alle verifiche del caso.
E qui casca l’asino.
Nel senso che Immuni avverte i potenziali contagiati e li invita a farsi visitare per verificare l’eventuale attacco del virus: questo non lo si fa dal tabaccaio o dal pizzicagnolo, ma presso le strutture della sanità regionale, che debbono essere preparate a dare seguito al controllo. Ovvio che alcune Regioni possano temere di non essere in grado di far fronte alla richiesta di diagnosi e quindi di essere messe in difficoltà. Di qui la diffidenza verso Immuni, che potrebbe evidenziare falle organizzative gravi. Meglio evitare…
Questa è una mia libera interpretazione, che non ha alcuna pretesa se non quella di essere “logica”. Mi piacerebbe ovviamente essere smentito.
 
Fino a quel momento io inviterò tutti a scaricare l’app, sperando che anche le altre Regioni oltre le prime quattro si associno all’iniziativa, che ovviamente sarà tanto più significativa quanto più essa sarà diffusa. Finora le app scaricate sono circa due milioni, ma dovrebbero essere dieci volte tanto.
Per completezza di informazione, aggiungo che il codice sorgente della app, ovvero il dettaglio di come è costruita (programmata) è pubblico da giorni ed è certo che già qualche migliaio di analisti lo abbiano vivisezionato alla ricerca di eventuali bachi. Finora non è emerso nulla di non coerente con le premesse.
 
Tornando al Piemonte, ecco che un altro “grido di dolore” si alza, dopo quello di Torino per le prodezze della sua Sindaca Chiara: la meschina presa di posizione contro Immuni “non adatta al Piemonte” venga al più presto corretta da Presidente ed Assessore competente! Chiedo troppo?
 
Non mi pare, e mi chiedo anche come su argomenti così delicati possa essere ancora ritenuto possibile ed accettabile che ogni Regione faccia di testa sua. È pura follia istituzionale, un altro dei lasciti avvelenati della sciagurata battaglia per il NO al referendum del 2016, che tra l’altro regolava i rapporti tra Stato e Regioni, battaglia entusiasticamente ed irresponsabilmente portata avanti da presunti garanti della purezza della Costituzione, battaglia che ha fatto più danni di una calata di barbari.
Ancora oggi non riesco a farmene una ragione, ma sarà meglio che provveda, purché qualcuno si affretti a porre riparo. Ma questo è un altro “grido di dolore” … e non c’è né Cavour né Vittorio a raccoglierlo.
 
 
Ernesto Trotta
Torino