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Idee per un web più sicuro

Tra fake news e insulti anonimi, la rete sta mettendo in pericolo la democrazia. Servono norme più severe. Ecco qualche proposta. 

di Ernesto Trotta |

In questi ultimi giorni ho avuto modo di perorare la causa della regolamentazione della rete (ormai mi ci sono “amminchiato”, come direbbe il Commissario) con varie persone, tra cui politici, qualche parlamentare europeo e nazionale, candidati.

Purtroppo, non ho trovato molta sensibilità al problema, inutile negarlo. E la cosa mi ha allo stesso tempo infastidito e preoccupato non poco.

Non che pretendessi chissà che attenzione, ma l’impressione è stata che del problema non si colga l’importanza, che lo si senta lontano, ineluttabile, troppo complicato da maneggiare, forse troppo sensibile per le libertà personali, come se attraverso le regole si volesse minacciare la libertà di espressione dell’individuo.

Insomma, non ho trovato molta disponibilità a farne un argomento portante (e nemmeno ancillare) della campagna elettorale europea, come a mio giudizio sarebbe opportuno.

Ben altro incombe … malgrado da più parti si denunci l’esistenza di strutture pronte ad interferire e condizionare il voto.

Qualcuno però mi ha chiesto cosa in pratica si potrebbe o dovrebbe fare.

Io provo a rispondere, anche se non sono un tecnico del settore, non conosco i complessi dettagli sia tecnici che legali che rendono il problema ostico ai più. Però, almeno delle linee guida si può provare a indicarle, sperando che l’auspicabile evoluzione del dibattito lo arricchisca di contributi più specialistici.

Ovviamente elenco alcuni possibili obbiettivi, il cui conseguimento richiederà opportuno approfondimento e dibattito, forse anche gradualità, e tempi si spera non biblici.

Aspetti organizzativi

  1. Creazione di un’apposita agenzia (o forma tecnica equivalente) in sede ONU, con distaccamenti continentali
  2. Creazione di un commissario europeo “ad hoc” con poteri di intervento
  3. Inserimento stabile nell’agende G7 e G20 del monitoraggio dell’avanzamento delle attività di presidio
  4. Formulazione di un codice internazionale della navigazione (in rete)
  5. Recepimento nelle legislazioni nazionali delle direttive concordate

Aspetti operativi

  1. Ogni provider deve essere identificato e certificato come azienda; nessuno può essere abilitato a fornire servizi di accesso ad internet senza essere identificabile fiscalmente ed essere dotato di tutta la strumentazione hardware e software per la gestione ed il controllo del traffico
  2. Ogni account social deve essere associabile ad una persona fisica identificabile con codice fiscale o identificativo equivalente. Non serve stabilire un limite al numero di account attivabili, purché siano tutti identificabili (già esiste una proposta di legge in tal senso, depositata da un deputato di Forza Italia)
  3. Stesso criterio deve valere per le pagine dei commenti presenti nei media online
  4. Le piattaforme che ospitano gli account devono essere responsabilizzate sull’uso che ne viene fatto e sui contenuti che veicolano
  5. Tutti i siti internet devono riportare in chiaro a chi fanno capo (quelli di giornali, aziende e associazioni lo fanno già) e deve esistere (forse esiste già) un database con i dati di ogni sito
  6. Attivazione di strumenti di controllo, denuncia e neutralizzazione delle fake news e perseguibilità d’ufficio (se del caso) per falso ideologico.

Ora leggo freddamente l’elenco e mi rendo conto che esso potrebbe apparire tendente all’istaurazione di uno stato sovranazionale di polizia, autoritario e repressivo, quindi liberticida. Ma non è così.

A parte che il controllo del traffico internet è con tutta evidenza già in atto, con metodi e finalità per nulla trasparenti e nemmeno rassicuranti, non si tratta affatto di limitare la possibilità di espressione dei cittadini.

O meglio, non più di quanto già oggi tutti gli ordinamenti dei Paesi occidentali prevedono per altre forme di espressione, e senza alcuno scandalo.

Non esiste la libertà di insulto anonimo, da nessuna parte al mondo. Non esiste la libertà di non farsi identificare in pubblico. Non esiste la libertà di procurare allarmi inventati, non esiste la libertà di interferire con delicati processi democratici come quelli elettorali, come invece è stato ampiamento fatto e come si sta ampiamente facendo.

Ci sono norme stringenti per la navigazione aerea, spaziale, stradale, ferroviaria, marittima, per le telecomunicazioni, per la ricerca biologica e la bioingegneria, per la sperimentazione dei farmaci, per l’uso di sostanze radioattive, e poi per il commercio e la finanza internazionali, per l’uso dei pesticidi, sugli alimenti, e via così.

Tutto è regolamentato in una società civile ed ordinata. Non si capisce perché la reta debba godere di questa pericolosissima deregulation.

Intendiamoci. La presenza di regole non impedisce la loro trasgressione, così come le leggi a difesa della proprietà privata non impediscono i furti o le leggi contro il terrorismo non impediscono gli attentati. Però è chiaro a tutti cosa è lecito e cosa non lo è.

La rivoluzione digitale ha preso sì le forme di un gioco (THE GAME, come lo chiama Baricco), ma nella sostanza è cosa estremamente seria. Dobbiamo quindi smetterla di baloccarci con l’illusione ludica e renderci conto che c’è già oggi chi gioca molto, ma molto sporco.

Ci piaccia o no, è in gioco la democrazia. Non possiamo aspettare inerti che crolli tutto e arrivi il GAME OVER. Dopo, non ci sarà un TRY AGAIN.