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L'Europa vive nelle regole

Sono quelle che definiscono uno stato di diritto. Impedendo che le decisioni vengano prese in base a rapporti di forza.

di Fabio Colasanti* |

La Commissione europea ha deciso di bloccare la fusione tra Siemens ed Alstom perché questo rischierebbe di creare un quasi monopolio nel settore della produzione del materiale ferroviario. La concorrenza è uno dei rari casi in cui la Commissione europea può prendere decisioni senza l'accordo del Parlamento europeo e del Consiglio dei ministri (gli stati membri).

La Francia e la Germania hanno apprezzato molto poco questa decisione (un bell'esempio di understatement).

Non mi esprimo sulla fondatezza o meno della decisione dal punto di vista dell'applicazione delle regole europee sulla concorrenza. Voglio invece sottolineare cosa questo episodio illustra per quanto riguarda la costruzione europea e le sue regole.

È inevitabile che i paesi più grandi abbiano un’influenza sullo sviluppo di nuove regole molto maggiore di quella di paesi più piccoli. La Francia e la Germania assieme, grazie anche all'asse franco-tedesco figlio della loro difficile storia, hanno indubbiamente un'influenza molto forte sullo sviluppo del processo di integrazione europea. Tommaso Padoa-Schioppa aveva definito la politica europea dell'Italia una politica "interstiziale", ossia una politica che cerca di sfruttare gli interstizi che ogni tanto si aprono tra le posizioni tedesche e quelle francesi. Il predominio di Francia e Germania non piace a molti.

Ma una volta che le regole sono definite, queste si applicano a tutti i paesi nelle stessa maniera. I governi francesi e tedeschi possono essere furiosi quanto vogliono per la decisione della Commissione europea (il ministro dell'economia tedesco Peter Altmaier ha parlato della necessità di modificare le regole europee sulla concorrenza), ma non possono bloccarla e devono accettarne le conseguenze.

Una cosa simile la stiamo vedendo da anni per quanto riguarda la politica della BCE. La politica monetaria molto accomodante che la BCE sta applicando da oltre tre anni corrisponde ai bisogni dell'insieme dell'eurozona, ma non certo a quelli dell'economia tedesca che avrebbe bisogno invece di una politica monetaria meno espansiva. Il rappresentante della Bundesbank nel Consiglio della BCE ha votato contro le principali decisioni prese negli ultimi anni. Vari gruppi tedeschi hanno presentato (inutilmente) dei ricorsi di fronte alla Corte di Giustizia europea sostenendo che la BCE sarebbe andata al di là del suo mandato. Tanti politici tedeschi – di quasi tutti i partiti – hanno addirittura accusato la BCE di espropriare i risparmi dei tedeschi attraverso i tassi di interesse bassissimi degli ultimi anni.

Ci sono anche altri esempi meno eclatanti di decisioni prese dall'Unione europea che non sono piaciute a dei grossi paesi membri. Cosa ci mostrano questi esempi? Che quando si decide sulla base di regole precise non si applica più la legge del più forte. Questa situazione altamente desiderabile è chiamata "stato di diritto" ed è uno dei fondamenti della democrazia. La possibilità di tenere libere elezioni è un punto fondamentale della democrazia. Ma il rispetto dello stato di diritto, garantito da una magistratura indipendente dal potere esecutivo, ne rappresenta l'altra componente essenziale.

L'accettazione dello stato di diritto a livello nazionale è una conquista fondamentale. Purtroppo recentemente in alcuni paesi la vediamo minacciata dalla convinzione che la vittoria elettorale dia ogni diritto, anche quello di non rispettare le leggi in vigore.

A livello internazionale non si è ancora riusciti a creare una situazione dove si possa dire che prevalga lo stato di diritto. I tanti accordi internazionali che sono stati negoziati dopo la seconda guerra mondiale vanno nella giusta direzione, ma non sono abbastanza efficaci e, soprattutto, non esiste sempre una giustizia internazionale che li possa far rispettare.

Per un paese medio-piccolo come l'Italia, l'orientamento da tenere in campo internazionale in questa materia dovrebbe essere chiaro: è nell'interesse dell'Italia sviluppare gli accordi internazionali e difendere le istituzione incaricate di farli rispettare. L'Italia deve battersi per lo sviluppo dello stato di diritto a livello internazionale. L'alternativa è la legge del più forte che sicuramente non gioca a nostro favore. Non mi sembra però che il governo attuale condivida questo approccio che pur mi sembra evidente.

Questo ragionamento diventa ancora più rilevante a livello europeo. Nell'Unione europea non abbiamo uno stato di diritto sviluppato come a livello nazionale. Ma nei campi dove gli stati membri hanno deciso di condividere la loro sovranità non ne siamo molto lontani. Le sentenze della Corte di Giustizia europea sono più importanti di quelle dei tribunali nazionali e tutto l'ordinamento nazionale – dai tribunali alle misure di esecuzione forzata delle decisioni giudiziarie – può essere utilizzato per far applicare le sue decisioni.

Anche a livello europeo l'interesse nazionale italiano è quindi di sviluppare ancora di più le regole e le sue istituzioni europee per evitare l'applicazione della legge del più forte. L'Italia, come la stragrande maggioranza degli stati membri medio-piccoli, dovrebbe sostenere uno sviluppo dell'Unione europea basato sull'applicazione del sistema comunitario (il sistema basato su proposte della Commissione europea validate poi da Parlamento e Consiglio dei ministri) bloccando la deriva in corso verso un sistema dove le decisioni fondamentali vengono prese sempre più in maniera informale dagli stati membri sulla base dei loro rapporti di forza (Consiglio europeo). Anche in questo caso non mi sembra che questa valutazione piuttosto ovvia dell'interesse nazionale italiano sia condivisa dal governo attuale.

In ogni caso bisognerebbe smettere di definire l'Unione europea come un "guazzabuglio di regole". Basta un attimo di riflessione per rendersi conto di quanto vuota e sbagliata sia questa affermazione. Le regole sono l'essenza dello stato di diritto.

*Fabio Colasanti, direttore negli anni '90 del dipartimento Budget della Commissione europea