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Interventi

Come liberarci dei populisti

Da solo il Pd non potrà mai farcela. Deve riuscire a aggregare dai 13 ai 15 milioni di voti attorno a un progetto politico alternativo. Saprà farlo?

di Ernesto Trotta |

Le considerazioni che Roberto D’Alimonte affida al Sole24ore e ad un’intervista all’Huffington Post devono farci molto riflettere.

Il Professore rileva spietatamente che, malgrado l’incompetenza, il pressapochismo, il dilettantismo, l’estremismo dell’attuale maggioranza, essa continua a riscuotere consenso in gran parte dell’elettorato potenziale. Fanno guai, contano balle seriali, litigano (fanno finta) continuamente tra di loro e col resto del mondo civile, ma ciononostante l’elettorato li premia, perché li vede nuovi, li vede dalla parte della gente, li vede come sono, populisti fino al midollo.

il populismo è popolare, inutile girarci attorno.

Almeno fino a quando non fa tanti danni da non poterli più accettare. Troppo tardi.

Con questa realtà bisogna fare i conti, senza farsi illusioni.

Allora serve un profondo bagno di umiltà, di realismo, di concretezza, per immaginare l’uscita da questa imbarazzante situazione.

Qualunque scenario si immagini (accelerazione della crisi economica, intensificazione dei contrasti interni – cosa molto meno probabile, precipitare dei rapporti con la UE, possibili e contrastanti risultati elettorali alle regionali ed alle europee), non si sfugge ad una evidentissima conclusione.

Bisogna aggregare dai 13 ai 15 milioni di voti su un progetto politico riformista, alternativo e diverso da quello populista e sovranista grillo-leghista.

Sarà banale, ma non ci sono davvero alternative.

Come fare?

Quei milioni di elettori ci sono, esistono in carne ed ossa, sono già lì e sono anche di più, di questo possiamo stare certi.

Sono tutti diversi tra loro, non sono omologati, certo, ma tutti vogliono vivere in un Paese moderno, efficiente, equo e solidale, meritocratico, funzionante, rispettoso delle norme della convivenza civile.

È gente normale, anzi, direi, visti i tempi, è gente eccezionale. Gente che non ha perso tutta la speranza, forse la pazienza sì, ma la speranza no. Manda avanti la baracca ogni giorno, malgrado il Toninelli del “ponte-col-luna-park” e la Castelli del “questo-lo-dice-lei”.

Il problema è:

  • c’è un progetto riformista e progressista che li può convincere ad uscire dallo scoraggiamento, dall’apatia, dalla disillusione e andare a votarlo, quando si presenterà l’occasione?
  • chi può (e deve) proporlo?
  • un Partito solo, più partiti in coalizione?
  • con quali leader, o quale leader?
  • con quali contenuti?
  • con quanta ampiezza di posizioni politiche?

Problemi tutti squadernati sul tappeto, del tutto abbordabili (non roba da marziali) da chi voglia porsi il problema del Governo in una forma costruttiva e non solo ideologica, da chi pensa che non basta un bel Partito Socialista “vero”, “come una volta”, “vicino ai bisogni della gente” (come se fossero chiari …), per venirne fuori.

Le occasioni sono dietro l’angolo, a partire dalle Regionali in Abruzzo, in Sardegna, in Piemonte e Basilicata, poi Emilia-Romagna e Calabria (per non dire delle Europee).

In queste regioni potremo sperimentare in che misura la strada finora intrapresa (con non poche difficoltà) dal centrosinistra riesce ad incrociare le aspettative del suo potenziale elettorato.

E la strada è quella del raggruppamento ampio, con dentro il PD e tutte le realtà civiche, dell’associazionismo, del volontariato, con riferimento a leader conosciuti, affidabili, rappresentativi come Legnini, Chiamparino, Zedda, … Vedremo se sortirà qualche effetto o se sarà giudicata ancora insufficiente.

Ma a sua volta il PD deve aprirsi, deve scegliere un Segretario ed una linea ampia, senza pregiudiziali di nessun tipo, lontana dai mea culpa, dalle smanie di rifondazione, di ricostruzione.

Guardare avanti apertamente, senza abiure né pentimenti.

Cosa gliene frega a quei 14 milioni di potenziali elettori dei regolamenti di conti interni, delle cordate, dei patti più o meno segreti, della voglia di qualcuno di “riprendersi il Partito”?

Nulla gliene importa.

Il Partito bisogna “ridarlo a loro”, a chi lo voterà, a quelli che vogliono un progetto riformista reale, attuabile, e una classe dirigente che lo realizzi, in fretta, senza tentennamenti. E se sbaglia qualcosa, si “corrigerà”, come diceva Wojtyla, senza harakiri né “autodafé”. E senza azzannarsi ad ogni svolta.

Siamo capaci?

Se sì, forse ritorneremo sull’onda e potremo metterci alla prova.

Se no, ci terremo questi campioni del nulla, e ci trastulleremo con una forza di opposizione permanente, che si accontenta della sua nicchia (forse ampia, ma sempre nicchia) e non rischia nulla.

Se qualcuno pensa che questo sia uno scenario accettabile …