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Un vaffa all'incompetenza

Ma soprattutto a una classe politica improvvisata, arrogante e pressapochista.

di Ernesto Trotta |

 

Su questo blog, che usualmente (e cortesemente!) ospita le mie elucubrazioni, si usa un linguaggio aperto e diretto quando si parla della maggioranza di Governo. Non giri di parole, eufemismi, sottintesi, frecciatine o battutine.

Si spara a palle incatenate, “apertis verbis”, contro l’incompetenza, la disonestà intellettuale, la sfrontataggine di chi pretende di rappresentare il “governo del cambiamento”, quando solo di millantazione e cialtroneria si tratta. Bella e buona. Senza tanta cortesia (perché dovrebbero meritarla, poi?).

Ma anche altri media, in teoria critici, dovrebbero adottare lo stesso stile di comunicazione. E non perché, oggi come oggi, il linguaggio aperto sia da considerare sdoganato. Certo che lo è, è evidente, ma perché non si può continuare ad usare sempre e solo un linguaggio, che è semplicemente inadatto alla situazione.

Mi spiego meglio: eravamo tutti più o meno abituati, quando si parlava di politica, o con persone che facevano politica, a usare riferimenti storici e culturali, a portare analogie col passato, a descrivere progetti per il futuro, a valutare i problemi da più punti di vista, e cose del genere, forse superate e un po’ noiose, ma utili per capire e farsi capire.

Da destra o da sinistra, non importa in questo momento. Certo, la destra ha sempre favorito una certa semplificazione, un certo schematismo nelle analisi e nelle proposte. La sinistra d’altronde ha spesso ecceduto nel contrario.

Modi di fare. Abitudini legate alla storia, alla cultura politica, alle esperienze pregresse. Ma sempre in un quadro di linguaggio più o meno condiviso.

In realtà già Berlusconi aveva portato, lui in prima persona, un cambiamento di linguaggio: uomo di pubblicità, imbonitore per vocazione, sole, e mentine per l’alito, sempre nella tasca ed eloquio diretto, senza fronzoli; educato, ma anche incline alla barzelletta sconcia o allusiva, adatta più al cabaret che al comizio.

Ma intorno aveva comunque molte (non tutte) persone con un qualche retroterra professionale e culturale: i nomi li ricordiamo tutti, a prescindere dalle fedine penali e dalle posizioni politiche. Era, piacesse o no, una classe dirigente, a prescindere dal giudizio politico, e a volte anche da quello penale.

Ora è diverso. Siamo di fronte, per la prima volta, a persone che non hanno la benché minima qualificazione per la politica. Persone assolutamente qualunque, catapultate con mezzi avventurosi e qualche clic su un’improbabile piattaforma informatica nel mezzo dell’agone politico di un Paese che fa parte del G7 (dove la “G” sta per “gruppo”, ma che tutti intendono per “grandi”).

Qualche sera fa dalla signora Gruber, indiscussa sacerdotessa della sedicente nuova politica, c’erano Corrado Augias, con il prestigio dei suoi 80 e passa anni, in massima parte dedicati al giornalismo, alla scrittura, alla divulgazione, alla cultura del Paese, alla buona creanza, contrapposto alla signora Sara Marcozzi, candidata del M5S alla carica di Governatore della Regione Abruzzo (nella quale mi onoro di avere le radici), metà degli anni di Augias, e neanche una infinitesima parte del suo “standing”, come testimoniato da alcune spericolate ed approssimative affermazioni sul debito e sul deficit.

Indimenticabile (purtroppo!) analogo confronto tra Pier Carlo Padoan e Laura “questo-lo-dice-lei” Castelli. O Toninelli che dà lezioni di architettura a Renzo Piano.

Plastiche rappresentazioni di un mondo basato sulla competenza e l’autorevolezza, contrapposto ad un mondo basato sul NULLA e sul pressappochismo, anche se molto efficace dal punto di vista della comunicazione.

Ora qualcuno dirà che c’erano contrapposti il Novecento ed il XXI secolo, che la modernità …, la rivoluzione digitale …, i nuovi rapporti sociali …, ecc. ecc. No, non è di quello che sto parlando. Non è nostalgia del “bon ton” e dell’ipocrisia spesso ad esso connessa.

Sto cercando di dire che da una parte c’è una cultura (con la “c” minuscola, ché basta e avanza) con una storia ed un futuro (un futuro, certo, perché quella cultura ha la pretesa ed anche i mezzi per progettarlo) e dall’altra c’è il NULLA: o meglio, c’è solo la presenza di un oggi senza passato e dal futuro molto incerto, perché fondato su vaghissime ed imprecise basi culturali. Non c’entrano niente la rivoluzione digitale, la modernità, i nuovi rapporti sociali, ...

Alessandro Baricco, intellettuale del Novecento, ma da sempre molto attento alle evoluzioni culturali del nostro tempo, ha scritto cose molto importanti sull’argomento, ma per farlo ha usato tutta la sua competenza, maturata in anni di studio e di lavoro, come Augias o Padoan, d’altronde. E vale la pena leggere e meditare su quanto scritto.

Attenzione a non confondere le problematiche, serissime ed anche gravide di pesantissime conseguenze, della modernità con il pressappochismo, l’incompetenza, la supponenza di questa nuova classe dirigente, che merita analisi approfondite sì, attenzione anche, ma nessun tipo di accreditamento, semplicemente perché non c’è nulla da accreditare.

E questo bisogna dirlo chiaramente, senza nascondersi dietro ad un linguaggio “politico”, che d’altronde questi non capiscono o non vogliono capire o addirittura deridono. Oscar Wilde (e poi Arthur Bloch) dicevano che non si dovrebbe mai discutere con un idiota, perché la gente potrebbe non notare la differenza. Ecco, siamo esattamente a questo punto.

Purtroppo, le condizioni sono tali per cui discutere e confrontarsi SI DEVE, è inevitabile, e facciamolo anche usando tutti i nostri strumenti culturali; ma, verso la fine, quando il muro verso gli argomenti logici è innalzato, non disdegniamo anche un bel sonoro: VAFFA!

Adesso tocca a noi!