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Interventi

Tragedia italiana

Abbiamo una sindaca disperata che chiede ai romani di andare a pulirsi i marciapiedi. E abbiamo un governo che sberleffa l'Europa e intanto chiede soldi per finanziare sussidi e pensioni.   

di Giorgio Cavagnaro |

Cosa ci sta succedendo? Cosa ha fatto degli italiani, popolo mai distintosi per acume e rigore morale ma, nei secoli, non carente di quel briciolo di sale in zucca sufficiente a sterzare sull’orlo del burrone o di quel guizzo d’orgoglio che fa vincere un mondiale di calcio, l’ameba inerte e disperata che vediamo oggi tramite le livide pagine dei socialnetwork?

Un vecchio sapiente tedesco, con barba e tutto, disse che la storia si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa. Qui da noi la prevalenza della seconda fase sembra invece ripetersi all’infinito, come un mantra orientale, un attimo senza fine in cui tutto sembra essere nelle nostre mani ma in realtà tutto ci sfugge, come sabbia da mani bucate, stimmate di eterna sconfitta.

Come è possibile illudersi che sia presa seriamente in tutto il resto del mondo una nazione il cui esecutivo pretende di elargire schiaffi all’Europa e contemporaneamente chiedere oro alla Patria, in forma di sottoscrizione BOT, per finanziare non riforme o piani industriali ma pensioni e sussidi di disoccupazione? Ieri tragedia, oggi farsa destinata a trasformarsi in dramma.

L’unico approccio possibile a queste pesantissime questioni consiste nell’indagare sul sonno ipnotico che ha stregato il paese.

Ad esempio: qualche tempo fa, a Roma, una giovane signora è stata cinicamente scelta da un gruppo di demoniaci incantatori, prelevata da uno studio legale romano e democraticamente adagiata sullo scranno più alto del Campidoglio. Oggi questa signora, pressata dal malumore dilagante, ha tentato, beata impudenza della gioventù, la carta della disperazione. La sindaca Raggi, di lei si tratta, ormai sovrapposta perfettamente alla sua caricatura satirica, sembra ridotta a utilizzare le battute al veleno di Sabina Guzzanti per trasformarle in tempo reale in “proposte” politiche. L’ultima di queste prevede che i romani, impreparati e privi anche di un soggiorno preventivo in qualche campo (siberiano?) di rieducazione, imbraccino senza tante storie la ramazza e scendano in campo a ripulire i marciapiedi.

Segue dibattito più faceto che serio (ricordate Flaiano? Molto più preciso lui del vecchio barbuto, ai nostri climi) cui partecipano grandi firme indignate del nostro giornalismo.

Nessuno però fa notare come la proposta indecente della Raggi abbia sì il sapore di una resa incondizionata, ma anche quello acidulo dell’ultimo sberleffo al parco buoi, o magari arma finale di distrazione.

Sono certo infatti che qualcuno, magari non romano, sia portato ora a credere che il problema della Capitale traboccante di rifiuti non abbia a che vedere con il fallimento, anzi l’inesistenza della politica ad hoc. Termovalorizzatori, discariche che aprono e chiudono come per magìa, misteriosi incendi tossici, assessori all’ambiente che bruciano come mosche, macchè.

Spazzate il vostro metro quadro sotto casa, per le tonnellate di rifiuti da smaltire aspetteremo la prossima idea della Guzzanti.

Oppure, una ce l’avrei io: via le ramazze, sotto con le carriole comunali. I sacchi vengono ordinatamente caricati dai buoni cittadini sui bus Atac, che provvederanno automaticamente alla combustione in allegri, casuali falò di strada. Gli autisti, se vogliono salvare il posto e la pelle, si allenino al salto nel cerchio di fuoco.