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Un mostro da addomesticare

I social network sono diventati pericolosi. Vanno controllati.

di Ernesto Trotta |

Non c’è più tempo da perdere.

Ci siamo già baloccati troppo a lungo con un problema che sta minando le basi della corretta convivenza sociale.

Sto parlando dell’uso improprio della rete.

Abbiamo ormai prove a iosa su come si possa (e su come qualcuno stia già alacremente facendo) manipolare la pubblica opinione, costruire finte realtà e condizionare larghissime masse di persone su praticamente ogni argomento, la politica “in primis”.

Abbiamo testimonianze a non finire su come il livello della comunicazione social sia scaduto a livelli infimi di decenza attraverso l’uso aggressivo dei messaggi interpersonali.

Finora abbiamo considerato tutto questo un gioco, forse un prezzo da pagare al progresso, alle nuove tecnologie, peraltro insostituibili per i tanti vantaggi che ci danno nella vita di tutti i giorni.

Ma non è un gioco.

È invece in gioco la sorte dei nostri sistemi istituzionali, della democrazia, insieme alle regole basilari della convivenza civile, ai fondamenti dei rapporti tra le persone o tra gruppi più o meno organizzati.

Non possiamo guardare inerti questo sfacelo, pensando che sia conseguenza della garanzia della “libertà di espressione”.

Non c’entra nulla: urlare “Al fuoco!” in un teatro pieno non è libertà di espressione, è “procurato allarme” e la legge giustamente lo punisce.

Inventare notizie, insultare persone, molestare donne, prevaricare i deboli o gli ignari, creare artificialmente movimenti di opinione, tutto questo protetti da un sostanziale impenetrabile anonimato, è semplicemente INCIVILE e pericolosissimo per le sue ricadute sull’organizzazione sociale.

È insomma un problema di ordine pubblico e come tale va affrontato.

Per chi ha l’età, ricordo che abbiamo battuto il terrorismo solo quando abbiamo smesso di considerarlo un problema politico e l’abbiamo considerato per quello che effettivamente era: un problema di ordine pubblico, assassini da neutralizzare, da affrontare con i mezzi opportuni e non con le chiacchiere.

Servono leggi, norme, regolamenti, insieme a strumenti sofisticati, che impediscano di colpire, protetti da un sostanziale anonimato.

È difficile? Serve mettersi d’accordo a livello planetario? D’accordo, ma cominciamo a prendere la questione sul serio. C’è l’ONU, il G7, la UE, la NATO, mille organismi che non possono rimanere inerti.

Esplicitiamo il problema con le parole giuste, non camuffiamolo, non sottovalutiamolo.

È vero: gli individui devono essere liberi di esprimersi. Giustissimo.

Ma gli individui veri, con nome, cognome, faccia e codice fiscale, non i troll, non i bot, non gli account anonimi o fittizi. Quelli non sono individui, sono ombre nel buio o sono espressioni di organizzazioni che scientemente minano il nostro vivere civile e come tali vanno combattute.

Certo che in Italia, con la Casaleggio al potere, non sarà affatto facile aggredire il problema e prendere provvedimenti, ma almeno l’opposizione dovrebbe elevare il tema a contenuto cruciale, senza minimizzarlo né tantomeno cercare di cavalcarlo.

Questo non è proprio possibile, non illudiamoci.

I “buoni” (e noi pretendiamo di esserlo) hanno remore morali.

I “cattivi” no, e allora, senza regole, vincono sempre.

È una lotta impari, non può avere successo.

Quindi servono le leggi e i mezzi giusti.

Ad esempio, è possibile impedire la creazione di account anonimi o fittizi?

È possibile vigilare sull’attività di organizzazioni segrete come fossero gruppi terroristici (spero proprio che qualcuno lo stia già facendo)?

È tecnicamente possibile impedire agli haters di nascondersi dietro nomi inventati?

Nella vita reale, se io voglio insultare uno che mi sta sulle balle, devo andare a cercarlo, ottenere la sua attenzione (al bar, in piazza, sotto casa) e insultarlo. Devo farlo io, con la mia faccia.

E così rischio: a) una rispostaccia adeguata all’offesa, b) un pugno in faccia, c) una querela, d) l’arresto, se passo a vie di fatto.

In ogni caso, la mia presenza fisica riconduce a me l’azione e ritorce su di me la reazione, qualunque essa sia.

Insomma, vige un principio di responsabilità.

Non si capisce perché via internet tutto questo diventi impossibile. Nessuna responsabilità.

Ma siamo sicuri che non siamo tutti vittime di un gigantesco abbaglio e che non vogliamo vedere ciò che ormai è chiaro come il sole?

Le nuove tecnologie, tutte le tecnologie prodotte dall’ingegno umano, devono essere gestite, dominate, usate e piegate al bene comune.

Altrimenti c’è il Far West, come con le armi in USA, dove i morti si contano a migliaia.

Ora, nessuno pensa di abolire le armi da fuoco: ma regolamentarne l’uso è compito di una società sana.

Non è facile, ma il sentiment in questo caso è molto diffuso, ora anche in USA.

Con gli aeroplani si possono buttare giù le Torri Gemelle, ma nessuno rinuncerebbe a volare. Si cerca di impedire che terroristi possano compiere atti nocivi.

Le armi atomiche sono terribili, anche se hanno garantito, tramite la deterrenza, l’equilibrio tra superpotenze. Infatti, queste cercano di impedirne la diffusione incontrollata che porterebbe alla catastrofe totale.

Insomma, da che mondo è mondo le società organizzate hanno messo in piedi sistemi di controllo delle tecnologie per garantirsi di non rimanerne vittime.

Bisogna fare lo stesso con la rete. Non è diverso. Serve la sensibilità al problema e gli strumenti giusti. Strumenti che sono tecnici, e quindi realizzabili.

Credo che anche dal punto di vista economico i giganti della rete non possano non essere preoccupati dall’uso improprio del mezzo, uso che a breve porterà via tutte le persone sensate (in tanti stanno già uscendo), lasciando il campo solo alla feccia.

Non può essere uno scenario accettabile. Per chiunque abbia a cuore le sorti delle nostre società cosiddette evolute.

Ernesto Trotta

Torino