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Energia pulita, l'impegno di ENI

Il gruppo estende la collaborazione di ricerca con il MIT a tutela dell'ambiente.

di Redazione |

Energia: il futuro della vita: tre docufilm per raccontare l’impegno di Eni verso l’ambiente e la sua transizione verso un nuovo modello energetico più sostenibile e a basso impatto ambientale. Andranno in onda sui canali di Discovery Italia e su Eniday.com e saranno la testimonianza, tra l’altro, della strategia low-carbon adottata dal gruppo al fine di contenere l’emissione di CO2 e contrastare i cambiamenti climatici. Il primo docufilm, della durata di circa 24 minuti, è stato trasmesso venerdì 27 gennaio. Gli altri due andranno in onda nei venerdì successivi.

Il gruppo ha di recente esteso per altri quattro anni la collaborazione pluriennale di ricerca con il MIT. L’accordo prevede la partecipazione di Eni ad alcuni dei Low-Carbon Energy Center promossi dal MIT Energy Initiative (iniziativa di cui Eni è membro fondatore). In particolare Eni collaborerà allo sviluppo di alcune tecnologie chiave per contrastare il cambiamento climatico come l’energia solare e la Carbon Capture Use and Sequestration investendo in questa collaborazione 20 milioni di dollari.

«La lotta al cambiamento climatico e la ricerca di breakthrough tecnologici sono una priorità per Eni e la collaborazione con il MIT, così come con altre università europee e italiane, è di fondamentale importanza», ha dichiarato l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, precisando che la società «è fortemente impegnata a perseguire una strategia di transizione energetica. Ne sono una dimostrazione gli sfidanti obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2 che ci siamo posti. Dal 2008 abbiamo già ridotto le nostre emissioni dirette del 28 per cento e puntiamo ad una riduzione delle emissioni per barile prodotto del 43 per cento al 2025 rispetto al 2014». 

In particolare, dalla collaborazione tra Eni e il MIT Solar Frontiers Center (istituito nel 2010) sono state realizzate nuove celle solari record per spessore e leggerezza che possono persino essere stampate su tessuto o su carta, e i nuovi materiali luminescenti per utilizzo in finestre solari intelligenti. Eni e MIT sviluppano anche forme di collaborazione con altre università, come ad esempio il Politecnico di Milano, con cui in passato hanno progettato e costruito un concentratore solare termico a basso costo, promettente per la commercializzazione su larga scala.

La collaborazione Eni-MIT ha riguardato anche lo sviluppo di elettronica integrabile nell’abbigliamento per migliorare la sicurezza nei luoghi di lavoro, innovazioni nei metodi di caratterizzazione dei suoli in campo ambientale, e la modellazione avanzata di giacimenti e sistemi petroliferi. Per la continuazione di questa proficua alleanza, Eni e MIT hanno recentemente avviato programmi di ricerca ad alto potenziale, focalizzati sulla cattura e utilizzo della CO2, sull’immagazzinamento dell’energia e sulla valorizzazione del gas naturale. L’obiettivo è quello di trovare soluzioni tecnologiche più economiche e facilmente applicabili su scala industriale.

Eni è anche una delle poche aziende energetiche ed essere inclusa nell’indice Global 100 Most Sustainable Corporations in the World. L’indice, lanciato nel 2005 da Corporate Knights (società canadese di media e ricerca incentrata sui temi del capitalismo sostenibile), individua ogni anno le 100 aziende più sostenibili tra le più grandi società al mondo (oltre 2 miliardi di dollari di capitalizzazione) secondo 14 Key Performance Indicator, tra cui gestione delle risorse, dei dipendenti e delle finanze, fornitori e emissioni inquinanti. Oltre ad Eni, le uniche altre due società italiane erano Intesa Sanpaolo e Generali.

Eni dunque è riuscita a conciliare impegno per l’ambiente e la crescita. Il gruppo infatti ha dovuto fronteggiare in questi anni lo scivolone del prezzo del greggio da oltre 110 dollari al barile ai circa 53 attuali. Come spiega Descalzi in una lunga intervista sul Corriere della Sera, il gruppo ne è uscito bene: negli ultimi tre anni «abbiamo cambiato l’organizzazione e abbassato i costi di struttura da 2,2 a 1,4 miliardi l’anno tenuto conto che abbiamo registrato una crescita produttiva del 15 per cento con investimenti nell’upstream che sono scesi passando da 10-11 a 7 miliardi. Siamo molto più solidi di prima, ora per coprirli ci bastano 50 dollari al barile mentre prima erano 127, cosa che ci mette in ottima posizione per affrontare una risalita dei prezzi. Insomma, la cura dimagrante c’è stata ma è avvenuta rafforzando i muscoli dell’Eni. E senza mandare a casa nessuno, cosa che non definirei proprio banale. L’industria nel suo complesso ha perso in questo periodo 440 mila persone, noi invece ne abbiamo assunte mille». 

Confermata anche la centralità dell’Italia: «Abbiamo speso più di 15 miliardi nell’ultimo triennio. Una massa notevole, come una legge finanziaria, e continuiamo a farlo. Chi dice “volete abbandonare l’Italia” non legge i nostri bilanci….. Qui abbiamo il 60 per cento del personale, 5 raffinerie, 8 stabilimenti chimici, 6 centrali elettriche, oltre 100 piattaforme. L’Italia è la sede di un know-how importantissimo: tutta la parte di calcolo e i modelli proprietari, tutta la ricerca scientifica e l’ingegneria sono qui».