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Trump rilancia il made in Usa

Tornare a produrre negli Stati Uniti potrebbe essere perfino conveniente. E tante aziende lo hanno già fatto.

di Redazione |

Nella foto un'immagine della sfilata Ralph Lauren primavera/estate 2017


Tornare a produrre negli Stati Uniti o lasciare le fabbriche in Cina e pagare i dazi all’importazione che Trump minaccia di innalzare? I gruppi della moda, specie quelli americani, sono davanti a un bivio. In attesa di capire se le minacce si trasformeranno in legge o resteranno parole di moral suasion, hanno congelato gli investimenti. Ma non potranno nuotare sott’acqua ancora a lungo. Per continuare a crescere devono investire e devono capire dove è più conveniente farlo.

Dal summit in corso a Davos, dove globalizzazione, protezionismo e ineguaglianze sono emersi come temi centrali di discussione, il nuovo numero uno di Adidas, Kasper Rorsted, si dice ottimista. Nella convinzione che, da uomo d’affari quale è, Trump alla fine non metterà alcun dazio perché questo finirebbe per danneggiare prima di tutto il consumatore americano. Una speranza e un auspicio visto che il gruppo tedesco ha fatto della conquista del mercato a stelle e strisce una priorità, nel tentativo di marcare stretto l’eterna rivale Nike.

Non è però così scontato. L’industria tessile americana può contare su 580.000 lavoratori, 1,8 milioni in meno rispetto a quanti erano gli addetti al settore trent’anni fa. Un’emorragia di manodopera iniziata quando le aziende hanno deciso di trasferire la produzione nei paesi asiatici, dove il costo del lavoro è molto inferiore, dando il via a quel processo di delocalizzazione iniziato verso la fine degli anni ’90 e che dura ancora oggi.

Non sorprende che negli ultimi 12 mesi, tra settembre 2015 e settembre 2016, il valore delle importazioni di abbigliamento negli Stati Uniti sia stato pari a 82 miliardi di dollari. Oltre il 40 per cento dei capi importati, è arrivato direttamente dalla Cina e ben sette tra i primi dieci maggiori paesi da cui gli Usa importano abiti e scarpe sono in Asia. D’altronde, come ha dichiarato Julia Hughes, presidente della Fashion Industry Association, produrre negli Stati Uniti potrebbe raddoppiare i prezzi di vendita al dettaglio e infliggere potenzialmente un duro colpo all’economia americana dal momento che una buona fetta del Pil Usa è sostenuta dai consumi interni.

Ma non tutti sono d’accordo. Harry Moser, fondatore di Reshoring Initiative, un’organizzazione no profit che si occupa di dare assistenza a quelle società che vogliono riportare negli Stati Uniti posti di lavoro di qualità e ben retribuiti, sostiene che tornando a investire negli Usa, nei prossimi 15 anni l’industria dell’abbigliamento potrebbe realizzare il 30 per cento della produzione sul mercato interno. E non è detto che ciò debba per forza avvenire a un costo più elevato. Intanto produrre in casa consentirebbe di eliminare i costi relativi a trasporto, dogana, stoccaggio e resi. In secondo luogo la tecnologia potrebbe venire in soccorso. Nuovi stabilimenti fortemente automatizzati potrebbero ridurre l’impiego di manodopera. A conti fatti, non è detto quindi che produrre in patria sia più oneroso, anche se alla fine i posti di lavoro creati potrebbero essere meno di quanti si aspetterebbe Trump.

L’esempio arriva da Kent International, una società del New Jersey che dopo aver confezionato per 23 anni biciclette in Cina, nel 2014 ha deciso di tornare a produrre negli Stati Uniti. Quest’anno conta di vendere mezzo milioni di bici made in Usa. Il nuovo stabilimento è in grado di produrre 2000 bici l’anno con l’impiego di 12 operai laddove per la stessa lavorazione in Cina ne occorrevano 60. 

Un modello di produzione che stanno già seguendo diverse aziende, anche in altri settori come ad esempio l’auto. Secondo i dati di Reshoring Initiative, tra il 2010 e il 2015 sono stati 250.000 i posti di lavoro nel manifatturiero tornati negli Stati Uniti, un processo passato in sordina che con l’arrivo di Trump e della sua politica America first potrebbe trovare ulteriore linfa.

A pagare il prezzo più alto saranno a questo punto i paesi in via di sviluppo che stanno perdendo il loro ruolo di fabbriche del mondo e che vedrebbero compromesse le loro economie, spesso ancora basate soprattutto sull'export. D’altronde il commercio mondiale ha già iniziato la grande frenata. L’anno scorso gli scambi sono aumentati solo dell’1,7 per cento, per la prima volta in quindici anni sono quindi cresciuti a un tasso inferiore a quello della crescita mondiale. Un campanello d’allarme per tutti.