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L'orologio svizzero si è inceppato

Nei primi dieci mesi dell'anno le esportazioni sono crollate dell'11 per cento, il calo più vistoso dal 1984.

di Redazione |

Nella foto: Adriana Lima e Karolina Kurkova in una campagna pubblicitaria per IWC del 2002

La crisi dell’economia, il collasso della classe media, ma anche l’apprezzamento del franco svizzero e il fatto che per la prima volta dalla seconda guerra mondiale le giovani generazioni sono più povere dei loro padri hanno fatto una vittima illustre: il settore dell’orologeria svizzera. I numeri sono impietosi. Secondo i dati della Federation of the Swiss Watch Industry riportati dall’agenzia Bloomberg, nel periodo gennaio-ottobre l’export di orologi svizzeri ha segnato un calo su base annua dell’11 per cento, il più ampio dal 1984, l’anno in cui il comparto ha iniziato a subire la concorrenza dei primi orologi al quarzo e in cui nasceva Swatch, l’azienda diventata famosa per i suoi orologi colorati low-cost di tendenza.

La flessione delle esportazioni è proseguita anche a novembre (-10,4 per cento rispetto a novembre 2015), anche se su livelli un po’ meno accentuati rispetto ad ottobre (-16 per cento rispetto a ottobre 2015, peggior calo degli ultimi sette anni). Un piccolo spiraglio che ha consentito ai titoli Swatch e Richemont, il colosso che controlla brand come Van Cleef & Arpels, Piaget, Vacheron Constantin, Jaeger-LeCoultre, IWC Schaffhausen, Panerai e Montblanc, di tirare il fiato alla Borsa svizzera dopo le perdite che hanno caratterizzato questo anno scandito da risultati economici deludenti e dal lancio di profit warning da parte di entrambe le società. 

Nell’annual report 2016 dedicato al settore, Deloitte sottolinea che dalla metà di quest’anno le esportazioni di orologi sono diminuite sia in valore che in volume per 14 mesi consecutivi. E se nell’edizione 2015 era il 40 per cento dei manager del settore ad essere pessimista sul futuro, quest’anno la percentuale è più che raddoppiata, con l’82 per cento dei responsabili aziendali che vede nero. Inoltre, per la prima volta dal 2012, ossia da quando Deloitte ha iniziato a dedicare uno studio al settore, la percentuale di chi ha un outlook negativo sui principali mercati di sbocco supera quella di coloro che hanno una view positiva. Insomma, la percezione è che i guai non siano ancora terminati.   

In particolare, le esportazioni ad Hong King, principale mercato di sbocco per l’orologeria svizzera, sono diminuite consecutivamente da gennaio dello scorso anno. Per limitare i danni, i costruttori hanno riacquistato dai negozianti l’invenduto per una cifra che nei primi dieci mesi dell’anno è stata pari a 1,3 miliardi di franchi svizzeri. E a rimanere invenduti, secondo quanto scrive il Wall Street Journal, sono proprio gli orologi di fascia più alta, quelli con un costo attorno ai 7.000 dollari. A questo punto, sarà interessante vedere quali strategie metterà in campo il settore per tornare a crescere e a esportare. L'appuntamento più atteso dagli addetti ai lavori è Baselworld, la più grande fiera internazionale dedicata all'orologeria che si svolgerà dal 23 al 30 marzo 2017. 

Richemont ha tentato di reagire attuando una profonda ristrutturazione della propria organizzazione aziendale. Ha soppresso la figura del Ceo dei singoli brand, ognuno dei quali riporterà direttamente al fondatore del gruppo, Johann Rupert.