Uomini&Business - Direttore Giuseppe Turani

I Protagonisti

Sacheen, una squaw agli Oscar

"Sono Apache, Marlon Brando ha mandato me a dirvi che non può ritirare il vostro premio"

di Giuseppe Turani |

Non era mai successo. Il 23 marzo 1973 si tiene la quarantacinquesima edizione degli Oscar del cinema. La sala del Dorothy Chandler Pavilion è ovviamente piena. A fare gli onori di casa, sul palco, ci sono Roger Moore e Liv Ulmann. La miglior protagonista femminile è Liza Minnelli. Quando poi l’attrice svedese apre la busta dove c’è il nome del miglior attore, molti sono i concorrenti in gara, c’è una certa tensione. La Ulmann annuncia: “Marlon Brando”, per la meravigliosa interpretazione del “Padrino”.

Gli occhi di tutti i presenti si voltano verso la sala. Ma Brando non c’è. Liv Ulmann annuncia subito: “A ritirare il premio a suo nome sarà la signorina Sacheen Littlefeather”.  

La signorina si alza e marcia verso il palco, tranquilla. Una bellissima ragazza, che cammina dritta e orgogliosa. Indossa un vestito da far svenire le signore: l’abito tradizionale della tribù indiana Apache. Un pezzo di Far West nel Chandler Pavilion. In mano ha dei foglietti.

Roger Moore cerca di porgerle la statuetta dell’Oscar, ma lei con un gesto cortese della mano gli fa fa segno di lasciar perdere. Si presenta e chiede scusa: “Sono Apache, sono Sacheen Littlefeather, presidente dell’associazione per l’identità culturale dei nativi americani. Sono qui per dirvi che il signor Brando non può ritirare il vostro generoso premio a causa di come il cinema tratta i nativi”.

Mentre parla, con i lunghi capelli neri raccolti in due trecce, calmissima, è sola sul palco. I due presentatori se ne sono andati. Lei spiega che le hanno concesso solo 60 secondi per il suo discorso. Brando invece aveva scritto quindici cartelle, “che sono comunque a disposizione della stampa”, precisa. Il giorno dopo il New York Times pubblicherà il testo integrale del discorso. Alla fine ringrazia, chiede scusa per il disturbo, si augura che i rapporti fra il cinema e i nativi americani possano migliorare e se ne va, come una guerriera apache che lasci un campo di battaglia, ma sorridente.

Sacheen riesce anche a dire che Brando  è molto irritato dalle vicende di Wounded Knee (città teatro di un famoso massacro di indiani nell’800), dove una tribù in rivolta contro il proprio presidente corrotto ha occupato la città. Le forze dell’ordine stanno presidiando la zona, di fatto isolata dal resto dell’America, da più di due mesi. E sulla quale le autorità sono riuscite a imporre un rigoroso silenzio-stampa, nessuno in pratica ne sa nulla. La denuncia di Sacheen e Brando, fra l’altro, metterà fine all’assurda guerra di Wounded Knee perché il fatto diventa di dominio pubblico: l’Fbi e i Marshall sono costretti a ritirare l’assedio.

In sala, naturalmente, ci sono applausi ma anche fischi.

Le cronache successive diranno che il più tosto di tutti, grande sterminatore di indiani apache (al cinema), John Wayne non riesce a trattenersi, si infila in un ingresso di servizio e cerca di raggiungere il palco degli Oscar per buttare fuori Sacheen. Ci vogliono quattro uomini per trattenerlo, tanto è furioso.

Il giorno dopo comincia il massacro mediatico di Brando e di Sacheen. Con lui se la sbrigano presto. Dicono che ha mandato una ragazza a fare il lavoro di un uomo, una cosa indegna. Con lei sono più raffinati e insistenti. E quindi le lanciamo due accuse: è solo un’attricetta e non è nemmeno nativa americana. Una bufala orchestrata da Brando, insomma. E aggiungono che sarebbe anche una “stripper”, una spogliarellista.

All’inizio chi lancia queste accuse sembra aver ragione. Il servizio su Playboy esiste, ma, ha spiegato lei, è stato fatto insieme a altre nove donne indiane sempre per la causa dei nativi americani (doveva chiamarsi “Dieci piccole indiane”). Più complessa la questione dell’identità. In effetti Sacheen nasce a Salinas, in California, come Marie Cruz. Sua madre, dove è stata allevata, era caucasica. Ma il padre era di purissimo sangue indiano, della zona di White Mountain Apache.

Lei, all’università, ha cominciato a porsi domande sulla sua identità. Fino a quando si è unita a un gruppo di Oakland che aveva occupato Alcatraz. Lì ha conosciuto molti leader del movimento degli indiani e non ha più avuto dubbi su che cosa essere. Ha deciso di chiamarsi Sacheen Littlefeather (“piccola piuma”) e è rimasta apache, orgogliosamente. Ha imparato tutte le cerimonie tribali (dove spesso balla) e è stata eletta presidente del comitato culturale.

Ha fatto molte cose per la sua comunità, assistenza medica e anche alcuni film.

In uno di questi si vede Russel Means, uno dei leader dell’occupazione di Wounded Knee, che racconta: “Eravamo là, assediati dagli Stati Uniti, e non pensavamo di poter salvare la pelle, quando abbiamo visto Sacheen in tv che spiegava la decisione di Marlon Brando durante la cerimonia degli Oscar ripresa in diretta mondiale. E abbiamo ripreso a sperare”.

Sacheen all’epoca era una giovane attrice, che però non ha mai più girato un film a Hollywood perché  è stata inserita in una lista nera. Lei afferma che l’Fbi ha investigato a lungo sulle sue amicizie e le sue attività. Ma non ha trovato niente.

Ha tirato avanti lavorando per la comunità dei nativi e con qualche incarico all’università.

A distanza di anni la cosa che non riesce ancora a perdonare è l’accusa di essere una stripper lanciatele durante una trasmissione di John Leno in televisione. Ha scritto a Leno in persona, spiegandogli i fatti e chiedendo delle scuse. Ma non sono mai arrivate. Ha scritto lettere ai giornali, ma non sono state pubblicate. Ha organizzato un movimento di protesta, ma solo per capire che l’onore di una ragazza apache non interessa a alcuno.

Ha provato anche le vie legali, ma nessun avvocato si è detto disposto a sposare la sua causa, nemmeno quelli che sono soliti difendere le femministe.

Solo un’avvocatessa di Los Angeles si è dichiarata pronta a difenderla. Ma le ha chiesto 150 mila dollari di anticipo.

(Dal "Quotidiano nazionale" del 12 dicembre 2016)