Uomini&Business - Direttore Giuseppe Turani

Maggie e la guerra con l'obiettivo

Margareth Bourke-White è la prima fotografa ammessa nell'esercito americano. Sue le immagini di Buchenwald (dove entra insieme ai soldati di Patton), di Stalin e di Ghandi.

di Giuseppe Turani |

Lei è una delle prime persone che entrano a Buchenwald insieme alle truppe americane guidate dal generale Patton. E’ una fotografa di guerra, la prima, sulla divisa dell’esercito, disegnata apposta per lei, spicca uno scudetto ridicolo “WC”, che in realtà sta per “War Correspondent”. Sarà lei stessa a dire di non essere riuscita a guardare l’orrore dei campi di concentramento che aveva davanti: “Ho guardato solo attraverso l’obiettivo. L’obiettivo mi è servito da barriera”. Ma fotografa e manda tutto alla rivista “Life”. Scatta decine e decine di fotografie perché ci crede, fin troppo. Più tardi dirà che con più fotografi e con una stampa più attenta il nazismo sarebbe stato fermato subito. Un’idea ingenua, ma che spiega come mai si è lanciata in ogni avventura, senza badare troppo ai pericoli. A ”Life” i suoi colleghi l’avevano sopranominata “Maggie l’indistruttibile”.

Ci sono vite che sembrerebbero già eccessive se vissute da uomini grandi e grossi. Invece, a volte, la sorpresa è che queste vite sono state percorse da ragazze. Certo, ragazze un po’ speciali, coraggiose, determinate e, forse, anche un po’ pazze.

Margareth Bourke-White, che per qualche anno sarà la moglie dello scrittore Erskine Caldwell, comincia con la fotografia industriale: fabbriche, capannoni, macchinari, gru. E si capisce subito che è molto brava. Maggie è una ragazza del Bronx (1904) e a un certo punto viene scoperta da Henry Luce, che la vuole, prima fotografa donna, nel team della nuova rivista “Life”. Fa molti servizi sull’America rooseveltiana nella depressione. Un paio sono rimaste famose. Quella della diga di Fort Peck nel Montana, che sarà proprio la prima copertina di “Life” e una testimonianza di quante cose importanti stia facendo il New Deal.

La seconda fotografia è più polemica. Vi si vede una fila di persone di colore davanti a un ente benefico in attesa di un pasto e sopra di loro c’è un grande cartello pubblicitario con un tipica famiglia americana bianca su un’auto, con lo slogan: “Il più alto tenore di vita del mondo”.

Scatta molte altre immagini dell’America amara di quegli anni e, insieme al marito, pubblica anche un paio di libri che documentano quelle sofferenze.

Nel 1941 è a Mosca insieme al marito e fa uno scoop che le varrà dodici pagine dentro “Life”: è controllata a vista dalla polizia segreta, ma riesce a documentare che nell’atea Urss c’è gente che prega nelle chiese e che fa le processioni per le strade. Il servizio, impeccabile, ha anche un ruolo politico. Serve infatti a far passare l’idea che l’Urss non è un mostro e che può benissimo diventare un alleato nella lotta al nazismo. La fotografia al servizio della guerra contro Hitler.

Ma Maggie è a Mosca anche la sera del 19 luglio del 1941. Anzi, è l’unico fotografo straniero in città. Di colpo tutte le sirene d’allarme di Mosca si mettono a suonare: attacco aereo tedesco, il primo. Tutti scappano in cantina nei rifugi. Maggie, invece, corre sul tetto dell’ambasciata americana e si porta dietro cinque macchine fotografiche, con i loro cavalletti. Le piazza tutte in modo da non perdere niente, con tempi di posa molto bassi e in quelle sue fotografie c’è ogni cosa: i bombardamenti, le scie dei tracciati dei bengala, l’orrore della guerra aerea, che lei conosce perché era già andata in missione con i bombardieri che martellavano la Germania. Di quella sera dirà: “Avevo capito che quella poteva essere una delle notti più importanti della mia vita” e non voleva certo passarla in cantina.

Ma la guerra si avvicina anche per gli americani e Maggie non vuole rimanerne fuori. Solo che l’esercito non ha mai ammesso donne fra i giornalisti accreditati. Lei però non è una che si accontenti di un rifiuto. Continua a fare pressioni e Henry Luce muove tutte le sue amicizie nel governo federale, fa pesare l’appoggio che da “Life” può venire alla partecipazione alla guerra. Alla fine Maggie viene ammessa e le disegnano la divisa con la sigla WC su una spalla. Entra nel pool dei fotografi aggregati all’esercito. E sarà proprio come corrispondente di guerra che darà il meglio di sé. Scatta immagini della guerra in Nord Africa e poi dello sbarco in Italia e della risalta delle truppe americane verso il Nord.

Infine, insieme ai soldati del generale Patton entra nel campo di concentramento di Buchenwald. Prova un orrore infinito. Ma, da grande fotografa, riprende tutto: il filo spinato, i dormitori, le camere a gas, i forni crematori, i volti disperati dei sopravvissuti. Non trascura niente, nemmeno un filo d’erba. Buchenwald è la sua ossessione, vuole che tutto sia documentato, ogni cosa. E manda le pellicole a “Life” a New York con gli aerei dell’aviazione americana perché i suoi concittadini e il mondo devono sapere, devono vedere che cosa erano i nazisti, che cosa hanno fatto contro l’umanità.

Ma c’è ancora un’incredibile scoop mondiale. Attraverso i buoni uffici del presidente Franklin Delano Roosevelt riesce a farsi ricevere in privato da Stalin e a fotografarlo. E’ sua, ancora oggi, l’unica immagine in cui si vede il capo del Cremlino sorridente e rilassato.

Ormai Maggie è una celebrità mondiale e potrebbe starsene tranquillamente a New York a fare servizi facili. Nel 1947, invece, la troviamo già in India e Pakistan, dove c’è un nuovo focolaio di guerra. Riesce a fotografare e a intervistare Ghandi proprio poche ore prima che venga ucciso. Nel 1950 è in Sud Africa per l’apartheid e scende due miglia sottoterra per documentare il lavoro dei minatori d’oro. Subito dopo corre in Corea appena firmato l’armistizio, per documentare la guerriglia che sta devastando il paese.

E’ sempre la più brava, corre e si lascia alle spalle fotografie straordinarie e libri di grande successo.

Niente sembra poterla fermare. Purtroppo ci pensa il morbo di Parkinson, nel 1967 firma il suo ultimo servizio per “Life”. Poi, deve chiudere con la fotografia e le guerre. Si sottopone a una complicata operazione al cervello, ma ormai la Maggie di qualche anno prima non c’è più.

Si ritira nella sua casa nel Connecticut, scrive la sua autobiografia (“Portrait of myself”) e nel 1971 si spegne, a 67 anni.

Dietro lascia, come un uomo e meglio di un uomo, una testimonianza unica di quanto la guerra sia orrenda e di quanto male può fare. Una testimonianza raccolta sui campi di battaglia, nei centri di sterminio e nelle miniere sudafricane.

(Dal "Quotidiano nazionale" del 21 novembre 2016)