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Giovanna, una mondina al Festival di Spoleto

Ha lavorato nelle risaie per anni, cantava con le amiche, poi suonatrice ambulante nelle piazze. Ma era una cantante quasi unica.

di Giuseppe Turani |

E’ stata l’eroina, la musa, di un mondo che non esiste più e di cui soltanto pochi anziani rammentano qualcosa. Eppure al suo paese natale (Villa Savoia di Motteggiana, Mantova) ancora oggi è ricordata con “La giornata di Giovanna”, spettacoli, canzoni, dibattiti. Niente altro la ricorda, se non un mazzo di canzoni straordinarie e qualche brano su “Youtube”. Ma forse è giusto così, la sua è stata una vita nelle piazze e nei campi,  non certo nei teatri (se non alla fine).

Quella di Giovanna Daffini, classe 1914, è stata un’esistenza “popolare” oggi irripetibile. Dal 1927 (quando ha 13 anni) al 1952 fa un lavoro oggi scomparso: la mondina. Va nelle risaie, nella zona fra Vercelli e Novara, nell’acqua tutto il giorno, a curare e a raccogliere il riso. Paga poca, vitto e alloggio in stanzoni nelle cascine sparse nella pianura lombarda, in comune con tutte le altre mondine. A fine stagione, un po’ di soldi e qualche sacco di riso. Persino a quell’epoca, solo le ragazze più sfortunate, nelle cui famiglie non c’era da mangiare, andavano nelle risaie.

Unica consolazione: il canto. Le mondine, quelle che lo sapevano fare, hanno sempre cantato. E Giovanna è figlia d’arte e ha una voce straordinaria. Il padre era un violinista che forniva il sottofondo musicale ai film muti. L’arrivo del sonoro lo lascia disoccupato. Si mette allora a fare l’unica cosa che gli riesce: il suonatore ambulante nei mercati e nelle fiere.

Giovanna impara da lui come si tiene in mano una chitarra e come va impostata la voce. Quando non fa la mondina, gira con il papà e canta per i contadini scesi in paese per vendere i loro polli e comprare il sale. Fa la suonatrice ambulante, per anni e anni, e quello sembra essere il suo destino

Nel 1933 incontra Vittorio Carpi. E’ un violinista e discende da una famiglia di notissimi virtuosi di quello strumento. I due capiscono di essere anime gemelle e si sposano. Lui è vedovo e con quattro figli. Insieme faranno un figlio.

Vivono in grande povertà. Lui, benché grande violinista, raramente è richiesto da qualcuno. C‘è chi li ricorda sul treno da Gualtieri (dove vivono) mentre vanno in qualche paese vicino a vendere le loro canzoni nei mercati: cantano e suonano e si aspettano qualche spicciolo con cui tirare avanti. Lei con la sua chitarra e lui con il violino. Hanno l’aria degli sconfitti, e infatti sono dei perdenti.

Lei in seguito diventerà una delle voci più apprezzate della sua generazione, una meraviglia. Ma quei giorni sono ancora lontani. Per ora, bisogna suonare e cantare per i contadini, sperando che il raccolto sia andato bene e che siano generosi.

Anche sui mercati e nelle sagre, comunque, cominciano a accorgersi che “la Giovanna” forse è davvero speciale. Fra i canti con le amiche mondine e tutte quelle esibizioni nelle piazze della bassa padana ha messo a punto una sonorità che affascina e stupisce.

La svolta avviene nel 1962. Lei e il marito abitano, come si è detto, a Gualtieri, in grande miseria. Ma Gualtieri è anche il paese del pittore Ligabue.

E un giorno arrivano Gianni Bosio e Roberto Leydi. Vanno a trovare il sindaco, che ha scritto un libro proprio su Ligabue, da pubblicare nelle edizioni dell’Avanti, e che vuole un loro giudizio.

Ma Bosio e Leydi sono entrambi animatori di quella iniziativa che va sotto il nome di Nuovo Canzoniere Italiano, che punta appunto a raccogliere e a valorizzare la canzone popolare italiana. Al sindaco viene spontaneo dire: “Qui abbiamo due fenomeni”. E vanno tutti dai coniugi Carpi. Ascoltano.

E soprattutto Leydi rimane sconcertato. Credevo di conoscere tutto del canto popolare italiano, dirà, ma non avevo ancora conosciuto Giovanna. Una persona, spiegherà, che sapeva trasformare un canto popolare in un’esibizione personale. In canzoni molto gradevoli per la gente.

Finisce che i due perdenti, i due sconfitti di Gualtieri, che nella loro vita avevano sempre e solo elemosinato qualche soldo sulle piazze della bassa, vengono adottati e lanciati dal Nuovo Canzoniere Italiano.

Il successo che riscuote Giovanna è travolgente. C’è una magia nella sua voce, anche se nessuno sa spiegare da dove arrivi.

In cinque anni, fra il 1963 e il 1968, Giovanna partecipa a quasi 300 spettacoli, in Italia e all’estero. Suo marito a una cinquantina.

Ma ormai il successo ha catturato “la Giovanna”. Roberto Leydi e Filippo Crivelli le allestiscono uno spettacolo, “Bella Ciao” che va in scena su un palcoscenico fra i più sofisticati e ambiti: quello del Festival dei due mondi di Spoleto. Grande successo, grande scandalo. Ma verrà poi ripetuto 42 volte in Italia. Ancora meglio fa lo spettacolo “Ci ragiono e canto”, con regia di Dario Fo, che va in scena per quasi 80 volte.

Moltissime le canzoni popolari riproposte da lei, compresa la originale “Bella ciao”, quella cantata dalle mondine e dalla quale è poi stata ricavata la versione “resistenziale”, cantata oggi anche dalle guerrigliere curde (“Oh partigiano…”). Ma anche la ballata “Donna lombarda”, “La brigata Garibaldi”, “Compagni fratelli Cervi”. Senza dimenticare “L’uva fogarina” oppure un altro canto di risaia “O care mamme”.

Giovanna Daffini si spegne, dopo una lunga malattia, nel 1969.

Anni dopo Roberto Leydi, che è stato lo scopritore di Giovanna, ancora si interrogava, riascoltando le sue registrazioni. Perché era così affascinante? La sua risposta è suggestiva: sapeva fondere, in modo del tutto personale e unico, l’antica e pura tradizione del canto popolare italiano, con echi della musica leggera anni Cinquanta e persino con qualche traccia di musica lirica.

Al  suo paese, Villa Savoia di Motteggiano, ogni anno altri cantastorie nel “Giorno di Giovanna” cercano quegli echi, ma finora non ci sono riusciti.

(Dal "Quotidiano nazionale" del 10 ottobre 2016)

(Nelle foto: Giovanna Daffini e due immagini dal film "Riso amaro", con Silvana Mangano)