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Lina la testarda

Tutti la ricordano per aver chiuso le case di tolleranza, ma ha fatto molto altro.

di Giuseppe Turani |

C’è stata, un po’ più di mezzo secolo fa, un’Italia così per bene che si può solo provare invidia. Ma è anche stata un’Italia a volte umiliata e respinta. Valga per tutti la storia della senatrice Lina Merlin, che i meno giovani conoscono solo per essere riuscita a far chiudere le case di tolleranza. In realtà, la sua vita politica comincia da giovanissima e ha un chiodo fisso in testa: ottenere condizioni di vita migliori per le donne. Nel 1919 i fascisti le chiedono di occuparsi appunto di questo in una loro organizzazione. Lei rifiuta e si mette a collaborare con il deputato socialista Giacomo Matteotti.

Quando nel 1925 Matteotti viene assassinato e il fascismo consolida il suo potere in Italia, Lina viene arrestata cinque volte in meno di due anni.

Dopo l’attentato a Mussolini di Tito Zaniboni, il suo nome viene affisso sui muri di Padova insieme a quelli di altri “sovversivi”. Un anno dopo viene licenziata dal posto di insegnante perché si rifiuta di giurare fedeltà al regime. Lascia Padova e si trasferisce a Milano, dove ritiene che sia più difficile trovarla. Ma la trovano e la condannano a cinque anni di confino, in Sardegna, Barbagia, a Dorgali. Non si arrende: insegna a leggere e a scrivere alle donne del paese.

Nel 1930 la ritroviamo a Milano, dove a una riunione clandestina incontra l’amore, il medico e ex deputato socialista Dante Galiani. Si sposano, ma lui muore dopo appena quattro anni. Rimasta vedova a 49 anni, Lina dona il laboratorio e tutti i libri di medicina del marito alle organizzazioni della Resistenza.

E diventa partigiana combattente. Rischia più volte la vita. Una volta viene anche catturata dai nazisti, ma riesce a fuggire. A Milano abita nella famosa casa di via Catalani 33. Famosa perché è proprio lì, nel tinello di Lina, che Lelio Basso, Sandro Pertini, Rodolfo Morandi e altri membri del Clnai (Comitato Liberazione Nazionale Alta Italia) la sera del 24 aprile organizzano l’insurrezione di Milano per il giorno dopo. Quella con l’appello-radio di Pertini ai fascisti e ai tedeschi: “Arrendersi o perire”.

A lei toccano le scuole. E nella mattina del 25 aprile, alla testa di una formazione partigiana della Brigata Rosselli va all’assalto del provveditorato agli studi di Milano e impone la resa ai suoi occupanti, mentre i parigiani della montagna arrivano a Milano e gli stabilimenti sono protetti da operai armati. Il Clnai comunica di aver assunto tutti i poteri in città e Riccardo Lombardi si insedia in prefettura: primo prefetto della città liberata. Lina Merlin viene nominata commissario per l’istruzione in Lombardia.

Finita la guerra, va a Roma alla direzione nazionale del Psi e nel 1946 viene eletta alla Costituente. A lei si deve se l’articolo 3, quello sull’uguaglianza di tutti i cittadini recita anche “senza distinzioni di sesso”.

Fa la sua battaglia contro le case chiuse e sopporta dignitosamente i lazzi e i frizzi di molti colleghi (anche Italo Cremona e Mino Maccari le dedicano una strofetta cattiva nel loro almanacco l’Antipatico: Merlin Merlon/per ogni casin che chiude/s’apre una pension).

E fa molte altre cose. Fa abolire la clausola del nubilato (per cui una donna poteva essere licenziata se si sposava), fa cancellare l’odiosa dizione figlio di N.N. dai documenti ufficiali, ottiene che, almeno davanti al fisco figli legittimi e figli naturali siano trattati allo stesso modo. Fa anche parte del Comitato promotore del referendum che introdurrà il divorzio in Italia.

Insomma, una persona per bene, forse troppo.

Durante la terribile alluvione del Polesine nel novembre del 1951 praticamente segue a vista Andreotti per ottenere sempre più aiuti per la popolazione. A un certo punto si viene a sapere che una grande quantità di tacchini (destinati al natale dei militari americani in zona) si sono rifugiati su un isolotto, dove sono al sicuro, ma dove rischiano di morire di freddo. Per i contadini della zona si tratta di una risorsa vitale. Lei insiste con Andreotti perché mandi gli elicotteri a salvarli. Alla fine viene in parte accontentata: gli elicotteri partono e gettano sull’isolotto abbondanti razioni di cibo. Poi saranno recuperati con le barche.

Il collegio di Rovigo la elegge al Senato nel 1953 e alla Camera nel 1958. Ma nel 1961 viene infornata che il suo partito, il Psi, non intende più ricandidarla. La sua reazione è violenta: strappa la tessera e nel discorso di addio spiega che non ne poteva più di “fascisti rilegittimati, analfabeti politici e servitorelli dello stalinismo”.

In effetti il suo partito non sembra aver avuto molti riguardi per questa militante che aveva lavorato con Matteotti e che aveva assaltato armi in pugno il  provveditorato agli studi di Milano. Il segretario di allora della federazione socialista di Rovigo era un tale Franco Bellinazzo, ex membro della Guardia Nazionale Repubblicana della Repubblica di Salò, poi comunista e infine socialista. Ogni volta che sentiva il nome di Lina Merlin commentava: “Ma quando xe la more?”.

Nel 1963, a 77 anni e ormai in rotta con il suo partito, riceve l’offerta da alcuni amici per candidarsi in una lista indipendente. Ma rifiuta e lascia la politica: non provo nessun astio – afferma – e non cerco vendette, ho fatto la mia parte. Si ritira nella sua casa di Milano insieme a Franca Cuonzo Zanibon, figlia di una sua cugina precocemente morta, che gliel’aveva affidata. Lei vivrà i suoi ultimi giorni insieme a questa ragazza, dopo averla legalmente adottata. Si spegnerà nell’agosto del 1979 in quella Milano che era diventata la sua seconda città e che l’aveva vista percorrere le sue strade con le armi in mano e alla cui liberazione aveva partecipato.

(Dal Quotidiano Nazionale" del 7 agosto 2016)

(Nella foto in alto: Pietro Nenni, Lelio Basso, Lina Merlin)