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Downing Street si tinge di rosa

Theresa May (nella foto) e Andrea Leadsom si contendono la poltrona di primo ministro in Gran Bretagna. Cresce il potere delle donne in politica.

di Daniela Braidi |

C’era una volta Margaret Thatcher, la Lady di Ferro che ha guidato il Regno Unito per ben tre mandati dal 1979 al 1990 e che con le sue politiche coraggiose e anche un po’ spregiudicate è riuscita a rimettere in carreggiata l’economia britannica rilanciando il peso politico del suo paese nel panorama internazionale.

Dopo di lei è toccato ad Angela Merkel, prima donna a capo del governo tedesco, ruolo che occupa dal 2005. Anche lei è al terzo mandato alla guida di quella che è tutt’oggi la più importante economia d’Europa. In tutto questo tempo la sua voce ha prevalso su quella di qualunque altro capo di governo nella zona euro tracciando la linea da seguire negli affari interni come in politica estera.

Ora un'altra donna si accinge a prendere le redini della Gran Bretagna. Nel post Brexit Theresa May e Andrea Leadsom si stanno contendendo la poltrona di Cameron e la leadership dei Tory. Agguerrite e determinate, hanno messo all’angolo Boris Johnson e Michael Gove, fino a qualche giorno fa dati per favoriti come futuri inquilini di Downing Street.

Theresa May, 59 anni, ministro dell’Interno, figlia di un pastore della chiesa anglicana, è data per favorita. Già da ragazzina sognava di fare la deputata Tory e a 17 anni fece la sua prima campagna elettorale per il partito. Anche fisicamente è quella che assomiglia di più alla Thatcher. Molto preparata e meticolosa, è considerata un falco. Vorrebbe chiudere il paese agli immigrati e firmare il divorzio dall’Europa entro il 2020. Non ha figli, ha una passione per il cricket e per le scarpe, dal 1980 è sposata con Philip May, uomo d’affari conosciuto ai tempi dell’Università (si è laureata in geografia al St. Hugh College di Oxford).   

Sottosegretario all’energia, Andrea Leadsom, 53 anni, è entrata in politica solo sei anni fa. Prima di candidarsi come futuro primo ministro del Regno Uniti, pochi la conoscevano anche tra i sudditi di Sua Maestà. Si è fatta notare nella campagna referendaria per la Brexit, difendendo a spada tratta le ragioni dell’uscita del suo paese dell’Unione europea. Il piglio thatcheriano non le manca, come ha scritto l’Independent. Quello che le manca, invece, è un po’ più di esperienza. A differenza di tanti suoi colleghi, ha origini modeste, ha studiato nelle scuole pubbliche e si è laureata in scienze politiche. Per un paio di decenni ha lavorato nella finanza pur amando fin da ragazzina la politica.  Sposata, tre figli per i quali cucina il pranzo della domenica, fosse eletta promette di accelerare al massimo il processo di separazione della Gran Bretagna dall’Europa. Può contare sul sostegno di Boris Johnson e la sua vittoria viene considerata un'autentica rottura rispetto al passato. Il verdetto arriverà il prossimo 9 settembre.  

Cresce il peso delle donne in politica, come era già emerso nell'ultima classifica di Forbes delle donne più influenti del mondo mentre l'attenzione si sposta sugli Stati Uniti e Hillary Clinton, data per favorita alle prossime elezioni politiche di novembre. In caso di vittoria, oltre ad essere la prima donna alla guida della maggiore economia del mondo, è assai probabile che scelga come braccio destro un’altra donna, affidando il ruolo di vice presidente del paese a un’altra donna, la senatrice Elizabeth Warren. E, per la prima volta, una donna potrebbe essere il prossimo capo delle Nazioni Unite, la cui elezione è attesa entro la fine dell’anno.

Sarà una coincidenza? Il mondo non ha mai avuto una tale concentrazione di donne in politica e in ruoli di governo. Segno forse che i tempi sono maturi per una reale parità. Un articolo apparso oggi sul quotidiano tedesco Die Welt parla apertamente di “femokratie”, un processo di ascesa delle donne nella politica “per ripulire la confusione creata dagli uomini”. Una chiara esagerazione. È vero che le donne di solito indossano guanti di velluto, hanno migliori capacità di negoziazione e di raggiungere compromessi, maggiore pragmatismo e sensibilità agli squilibri sociali. Ma questo potrebbe non bastare per rendere il mondo un posto migliore, anche se molti lo sperano.