Uomini&Business - Direttore Giuseppe Turani

Peggy Guggenheim, arte e miliardi

Raduna moltissimi scrittori e artisti in Portogallo in fuga dal nazismo, affitta un aereo e li porta in volo tutti in America.

di Giuseppe Turani |

Quando allo 0.40 del 15 aprile 1912 il Titanic incontra l’iceberg che lo affonderà, Benjamin Guggenheim è nella sua cabina di prima classe in vestaglia color cremisi, sta fumando un sigaro e sulle prime non si rende conto di che cosa è successo. Quando avverte un grande scalpiccio nel corridoio, si veste e sale in coperta. E’ in viaggio, verso New York, con la sua nuova amante francese, Ninette, con il suo autista e il cameriere personale, Victor.

Sulla nave che sta affondando la confusione è al massimo. Un marinaio porge a Benjamin un salvagente, ma lui lo restituisce subito: “Lo dia a una di quelle signore. Nessuna signora resterà su questa nave perché io me ne sono andato prima”.

Quindi si siede, si accende un sigaro, ne offre uno anche al cameriere Victor e gli dice: “Se vedrai mia moglie, dille che sono stato un gentiluomo fino alla fine”. E viene inghiottito dalle acque dell’Atlantico.

Questo era il padre di Peggy Guggenheim, certamente un gentiluomo e un bon vivant, ma non un altrettanto buon amministratore dei suoi beni. Non aveva mai mandato Peggy e le sorelle a scuola, preferiva un’istitutrice privata. Le ragazze non erano mai andate al cinema.

Peggy, insieme alle sorelle, discende da due delle più ricche famiglie d’America, i Seligman da parte di madre e i Guggenheim da parte di padre, ma nonostante questo fanno tutte una vita modesta perché Benjamin ha sperperato molto.

E’ a 21 anni  che Peggy eredita dal nonno 450 mila dollari (sei milioni di dollari di oggi). Non una gran cifra, se paragonata ai soldi degli zii, ma sufficiente per una buona vita indipendente.

L’arte è nel suo destino semplicemente perché è nel destino  di tutte le famiglie ebree ricche. Attraverso il mecenatismo cercano di costruire un ponte verso i borghesi americani. Insomma, cercano di farsi accettare.

Ma c’è anche l’amore. A 23 anni Peggy soffre per il fatto di essere ancora vergine. E confida: “I miei corteggiatori sono tutti così per bene che a nessuno verrebbe mai in mente di violentarmi”. Quello che lei desidera accade a Parigi. E’ un americano molto originale, Lawrence Vail (gira con i sandali anche d’inverno, veste vistosamente all’orientale), quello che provvede a amarla come insegnano i disegni di Pompei. Finisce che i due si sposano anche, quasi per caso, e hanno due figli. Ma a un certo punto si separano, pur rimanendo in ottimi rapporti.

La rimanente vita sentimentale di Peggy è un mistero. Lei stessa avrebbe dichiarato di aver avuto ben sette aborti. Ma l’arte e gli artisti sono il suo vero punto debole. Finanzia Djuna Barnes, mentre questa sta scrivendo la sua opera più importante, “Nightwood”. E Djuna diventa una sua amica del cuore. Ma ancora più intensamente finanzierà Pollock.

Nel frattempo, grazie ai suo bizzarro marito, ben introdotto nei circoli culturali dell’epoca, conosce praticamente tutti. E nel 1939, consigliata da Jean Cocteau, apre la sua galleria a Londra: Guggenheim jeune. E qui c’è un episodio buffo. Il direttore della Tate Gallery si rifiuta, davanti alle autorità doganali di riconoscere come opere d’arte quelle “cianfrusaglie” che invece saranno i capolavori dell’arte moderna e contemporanea. Alla fine vince Peggy e sembra che il direttore della Tate perda anche il posto. All’inaugurazione Peggy sfoggia come orecchini due “mobile” (cioè sculture mobili di Calder) di fil di ferro, omaggio del grande artista. C’è una storia d’amore con il pittore Yves Tanguy (una delle tante), che le ha dipinto un altro paio di orecchini. Fra i suoi amori si conta anche Samuel Beckett.

Però i tedeschi e la guerra avanzano. Peggy è ebrea, e allora è giunto il momento di andarsene dall’Europa. Raduna all’Estoril in Portogallo una folla di scrittori e artisti in fuga come lei, affitta un aereo e li porta tutti in volo in America. Ci sono anche l’ex marito (con il quale è sempre  rimasta in buoni rapporti) e il nuovo amore Max Ernst, con il quale resterà sposata per un paio d’anni.

Nel 1942 apre a New York la galleria Arts of this Century. E’ una specie di rivoluzione. Finalmente tutti i pittori d’avanguardia d’ Europa e d’America hanno il loro territorio, il luogo dove incontrarsi e scambiarsi esperienze.

Nel 1947 però Peggy decide che vuole tornare in Europa. Non sa bene che cosa fare della sua immensa collezione. Ma il suo problema viene risolto dalla Biennale di Venezia, che, data l’importanza delle opere e i nomi degli artisti coinvolti, decide di assegnarle un padiglione speciale, tutto per lei.

E qui accade un’altra cosa buffa. Per una serie di ritardi il padiglione ufficiale americano non verrà mai inaugurato. Così a Peggy tocca l’onore di rappresentare gli Stati Uniti d’America con i quadri e le creazioni dei suoi amici che prima della guerra in Inghilterra si rifiutavano di considerare arte. Non mancano anche qui gli episodi curiosi: due operai a un certo punto stanno per buttare via un “mobile” di Calder, avendolo scambiato per un pezzo di imballaggio. E vengono fermati da un passante, che per fortuna conosce l’arte.

Finita la mostra, si ripropone il problema di che cosa fare di quella collezione straordinaria, che non ha uguali al mondo. Ma Peggy è pazza di Venezia, di cui dirà: “vivere a Venezia, o semplicemente visitarla, significa innamorarsene e nel cuore non resta più posto per altro”

Così Peggy risolve la cosa a modo suo: compra Palazzo Venier dei Leoni sul Canal Grande, con un ampio giardino per tutti i suoi cani, e lo trasforma in un museo-residenza. La sua collezione fa il giro del mondo, viene esposta ovunque a New York, naturalmente al Guggenheim Museum. Poi torna a Venezia.

Lei muore il 23 dicembre 1979 da sola all’ospedale di Campospinoso, vicino a Padova, per una banale frattura a un piede.

La sua collezione viene da lei donata al comune di Venezia che però rifiuta il dono. Allora proprietaria della collezione diventa la fondazione dello zio ricco: la Fondazione Solomon Guggenheim.

Solo così si è riusciti a tenere insieme una delle più incredibili collezioni d’arte della prima metà del secolo scorso: dal cubismo, al surrealismo, all’espressionismo.

Le ceneri di Peggy sono sepolte in un angolo del giardino di Palazzo Venier dei Leoni, insieme  a quelle dei suoi 14 cani.

(Dal "Quotidiano Nazionale" del 12 giugno 2016)